Intervista a Xavier Gens

Da Frontiers a Crucifixion, il regista si racconta attraverso i suoi film

Siamo nel 2002. Secondo turno delle elezioni presidenziali francesi. Lo spettro di una possibile vittoria del Front National è stata una forte suggestione per la tua filmografia, non solo in Frontiers, dove una famiglia nazista massacra i protagonisti arabi, penso anche alla trasformazione di Bobby e Josh in The Divide, o all’ossessione del guardiano del faro in Cold Skin. Credi, dunque, che l’orrore sia anche un fattore ideologico? Come hai sviluppato questa paura nel tuo cinema?

Ottima analisi su ciò che sto cercando di fare e dire con il mio cinema. Sono d’accordo con te sul fatto che il cinema si impegni con il pubblico ma anche con un’ideologia. Sono un grande fan di George Romero e quello che cercava di dire nei suoi zombie-movie era davvero una riflessione sulla società. Penso che l’horror sia profondamente connesso al contesto sociale. Get Out ne è un perfetto esempio. Sto cercando di dire qualcosa sulla xenofobia e il razzismo nel miei film. In Frontiers, The Divide e Cold Skin c’è chiaramente un’allegoria politica. Mi piace dare un significato dietro al mio progetto personale. La paura è una grande tematica. Nei miei film i personaggi sono spaventati dall’ambiente e dagli altri. In Cold Skin Gruner e Friend sono chiaramente spaventati dai tritoni. Finché Friend non aprirà la sua mente cercando di capire gli altri, scoprendo una cultura meravigliosa. Una cultura all’origine della civiltà. Gruner pensa solo a distruggere ciò che lo spaventa. Non sto cercando di creare paura. Sto parlando della paura, creando situazioni in cui la paura spinge i personaggi ad agire in una direzione, a volte prendendo una decisione sbagliata, a volte buona. Ma la cosa più importante è mostrare personaggi che sono spaventati da qualcosa all’inizio e combattono quella paura per scoprire se stessi. Penso di essere davvero spaventato da molte cose nella vita reale, ma mi piace mettermi alla prova e confrontarmi. La stessa cosa che faccio nei miei film.

Il tuo primo lungometraggio, Frontiers, è uscito in un periodo molto fortunato per il cinema horror francese che, con altri titoli come Martyrs o À l’intérieur, ha creato uno shock violento tra il pubblico e la critica. Cosa rimane di quella parentesi fertile? Sembra che la Francia abbia attenuato quella creatività di genere o sbaglio?

Si, hai ragione. Si è affievolita dopo Frontiers, Martyrs e a À l’intérieur perché i film non andavano bene in sala. Ma sono stati acclamati internazionalmente. Poi, con Grave e Revenge, è iniziato una nuovo capitolo dell’horror francese. Il sistema ha riconosciuto i nostri film dieci anni dopo. Quindi ora ci sono nuove opportunità per fare film horror francesi, dovremmo vederne di più nei prossimi anni.

Dopo Frontiers hai avuto l’opportunità  di lavorare a Hollywood per Hitman. In molte interviste hai parlato delle difficoltà che hai incontrato, ma allo stesso tempo hai sempre riconosciuto l’enorme bagaglio d’esperienza che hai potuto conservare. A distanza di dieci anni che ricordi hai del film? Se le dinamiche produttive fossero andate diversamente, avremmo potuto vedere un Hitman più personale e violento?

Penso ancora di aver avuto la grande opportunità di fare un film come Hitman a soli 30 anni. Ero così giovane e con poca esperienza. Oggi, con più esperienza, sicuramente gestisco le cose in un modo diverso.  Ma sono comunque felice di una parte del lavoro che abbiamo fatto. Penso davvero che Olga Kurylencko abbia fatto un fantastico lavoro e Tim Olyphant, Dougray Scott, Robert Knepper… È  stato fantastico lavorare con loro. Oggi chiederei di poter lavorare di più allo sviluppo del personaggio per poter dargli più spessore e il film probabilmente sarebbe più simile a John Wick. Ma rendere Hitman più personale all’interno dello studio system è difficile.

Dopo l’esperienza Hollywoodiana di Hitman hai trovato la totale libertà creativa con The Divide. Un post-apocalittico low budget in cui, ancora una volta, si affronta la trasformazione dell’ “uomo sociale” in “uomo animale”. Un aspetto molto interessante è l’improvvisazione nella recitazione, per rendere i personaggi più naturali ma anche imprevedibili. Puoi dirci da dove viene questa scelta?

Volevo sperimentare il metodo dell’Actors Studio e il metodo di Peter Brook. Sono affascinato da entrambi. In The Divide ho voluto creare qualcosa di nuovo. Una mutazione cinematografica e tanta sperimentazione, per sentire la totale libertà dietro ogni ripresa e fare in modo di poter davvero provare qualcosa di diverso. Ho adorato questa esperienza, è stato un film molto difficile. Penso più difficile di Frontiers, e oggi ho l’impressione che sia diventato un cult per molti spettatori in tutto il mondo. Ogni settimana ricevo messaggi malinconici sul film, e sulla fantastica colonna sonora composta da Jean Pierre Taieb. Ha saputo rendere perfettamente la cupa atmosfera del film. E’ stata la miglior esperienza di sempre.

Il finale di The Divide vede ancora una volta un’eroina che resuscita e sovverte il modello maschile dominante.  Eva, come Yasmine in Frontiers, sembra essere l’unica speranza per un’umanità destinata a scomparire. E’ così?

Si, è così. Ha perso la sua umanità per niente. Non c’è più umanità da nessuna parte, lei era l’ultima scintilla d’umanità, l’ultima che, simbolicamente, brucia. Volevo creare un finale molto oscuro e triste, dove non è rimasto più niente. Un po’ come il finale di La cosa, nessun lieto fine è possibile.

Con Crucifixion – Il male è stato invocato ti occupi di un sottogenere horror che non è mai morto, quello dedicato alla possessione diabolica. Sebbene il film sia coprodotto da Peter Safran (L’Evocazione, Annabelle, The Nun) famoso per i film in cui la logica del jump-scare è predominante, tu preferisci l’atmosfera al semplice spavento. Che tipo di approccio cerchi quando vuoi spaventare il tuo spettatore?

È stato fantastico lavorare con Peter, ho ascoltato volentieri lui e le sue scelte, così come ho ascoltato i fratelli Hayes. Ero solo il ragazzo dietro alla macchina da presa. La mia principale influenza sul film sono le intenzioni e l’aspetto del film. Anche il modo in cui i personaggi guardano in camera quando Sophie Cookson ha fatto l’intervista. Ho dovuto imparare da loro, sono specializzati in questo tipo di film. Personalmente sono più interessato a un’atmosfera di paura rispetto allo stratagemma dei jump-scare. Ma, come per Hitman, è stata un’esperienza fantastica incontrare persone come loro.

Cold Skin è un film a cui sei molto affezionato, sul quale hai lavorato per molto tempo. Un viaggio fantastico pieno di influenze letterarie, pittoriche e cinematografiche. C’è qualche modello che ti ha particolarmente influenzato?

Per Cold Skin ho ascoltato solo il mio cuore e la mia mente. Questo è il mio film al 100%. C’è qualche influenza pittorica, come Caspar David Friedrich, ma la cosa più importante è stata essere trasportati dalla storia e dai suoi personaggi. Ho davvero abbracciato il punto di vista di Friend, la sua malinconia, la sua tristezza. Abbiamo pensato molto a Il sale della terra di Wim Wenders, su Salgado. Penso che la terra e l’oceano siano state le principali influenze.

In Cold Skin la CGI è parsimoniosa, hai mirato a rendere le creature che popolano l’isola nel modo più realistico possibile. Puoi parlarci degli effetti usati e come sei arrivato ad immaginare le creature in quel modo?

Avevamo un budget limitato, quindi ho dovuto pensare a diverse soluzioni per poter realizzare il film. Sono stato fortunato a poter lavorare con Felix Berges (effettista,) è un genio, gli sono venute in mente così tante idee che ci hanno permesso di realizzare il film. Abbiamo unito il make up di Arturo Balsiero e gli effetti speciali di Berges per dar vita ad Aneris e al film.

Con Budapest, il tuo ultimo film, ti dirigi verso la commedia. Aspettando l’uscita del film in Italia, puoi dirci qualcosa in merito? Come hai affrontato un nuovo genere?

Avevo bisogno di una pausa dopo due film horror, diretti uno dopo l’altro, e Budapest era un modo per rimanere in Francia e tornare a dirigere nella mia lingua. Che è stato fantastico.  Mi piace sfidarmi con la commedia, era una cosa che volevo provare.

Una domanda al Xavier Gens cinefilo. Il genere horror vive, ma sembra che ci sia una carenza di opere profondamente inquietanti. Non c’è niente di sbagliato sul genere che si concentra molto sull’intrattenimento, ma non pensi che a volte sia necessario qualcosa di più libero e radicale? C’è qualche film horror degli ultimi anni che ti ha particolarmente convinto?

Si, abbiamo bisogno di film horror radicali, ma di recente ne abbiamo avuti un sacco. Mi è piaciuto molto Mandy di Panos Cosmatos, Border di Ali Abbasi e The Witch di Robert Eggers. Molti film sono stati realizzati in maniera molto interessante. Quindi sono molto fiducioso nel futuro del genere horror. E sono di nuovo in pista per fare altri film hard core!