Intervista a Stefano Lodovichi

Il regista ci parla della serie crime Il cacciatore

Gomorra – La serie ha insegnato che anche in Italia si possono fare le nuove serie come quelle americane che ci piacciono tanto. Si racconta sempre più spesso di poliziotti cinici e/o malavita spietata; storie crudeli mostrate con occhio violento ma autoriale, in poche parole il cinema di genere che rivive in tv. Questo sembra averlo capito anche Mamma Rai, che dopo i successi de Il Commissario SchiavoneI Bastardi di Pizzofalcone  ci propone una nuova serie crime degna di attenzione: Il Cacciatore, ispirata al libro “Il cacciatore di mafiosi” e quindi alla storia del magistrato Alfonso Sabella e della sua lotta alla mafia Corleonese. Ne parliamo con Stefano Lodovichi, uno dei due registi insieme a Davide Marengo.

Questa è la prima volta che ti avventuri in una serie?

Sì è la mia prima esperienza per la tv, dopo due lungometraggi: Aquadro (2013) e In fondo al bosco (2015). Rosario Rinaldo con la Cross Production, con cui avevo instaurato un rapporto per un altro film che dovevo fare, mi ha proposto alla Rai per essere uno dei due registi. La Rai ha accettato e così mi sono trovato a dirigere i primi 6 episodi, mentre gli altri sono stati affidati a Davide Marengo che viene da Sirene e Il commissario Manara, quindi con più esperienza.

Quanto è durato tutto il processo di produzione?

La scrittura delle sceneggiature è iniziata ad agosto 2016. Io ho scritto il quarto episodio da solo e il quinto con Fabio Paladini (anche produttore creativo, con Ludovico Bessegato, della serie) ma il progetto è nato da Marcello Izzo e Silvia Ebreul che ci lavoravano da 10 anni e che ormai erano diventati amici intimi di Sabella. Poi ho iniziato a girare ad aprile 2017 e finito a luglio. Poi sono andato in montaggio mentre Davide girava la seconda parte.

Francesco Montanari come protagonista chi l’ha scelto?

In questo caso è stata una mia proposta, subito sposata da Davide e tutti gli altri. Si tratta sempre di scelte fatte di comune accordo tra reparto artistico e produttivo. Francesco è stato bravissimo ma tutto il cast è di altissimo livello e soprattutto si notava sul set, e si nota in tv, il piacere con cui gli attori recitavano questi ruoli. Il primo esempio che mi viene in mente riguarda Claudio Castrogiovanni, che interpreta Mangano. Solitamente ai provini non capita di trovare attori che si mettono così tanto in gioco ma Claudio si presentò completamente trasfigurato nell’aspetto e nella voce. Non conoscendolo pensai che quello che stavo vedendo fosse un attore che recitava. Mi prese un colpo quando vidi il personaggio diventare Claudio allo stop. Fu subito amore. Ogni attore ha il proprio metodo e lui di certo si diverte a lavorare creativamente sul ruolo. In questi casi è sempre una gioia per chi come me ami creare i personaggi insieme agli attori. Fu uno spasso vedere la troupe che si cagava sotto quando lo incrociava, perché si portava continuamente dietro il personaggio. Poi ci sarebbe da ringraziare Enrico Roccaforte, un bravissimo attore siciliano che nel nostro caso ha fatto il dialogue coach, seguendo sempre gli attori dalla preparazione al doppiaggio, per ricreare un siciliano che non fosse il solito siciliano tipico catanese da fiction. Nel nostro caso il tentativo è stato quello di andare più in direzione Palermo, cercando una parlata più sporca e vicina ai mafiosi “viddani” corleonesi dell’epoca.

Ho visto le prime due puntate e già l’impressione è di una serie piuttosto lontana dalla consuetudine Rai. E’ tutto impregnato di un atmosfera thrilling, molto cupa per essere una serie crime.

Dopo In fondo al bosco mi è rimasta dentro la voglia di girare un thriller, sento che è il genere che mi appartiene di più e quindi, essendo entrato in scrittura per Il cacciatore, ho spinto il più possibile per aggiungere componenti di oscurità, creare dinamiche inquietanti, ossessive e accentuare le scene d’azione. Ho capito che come regista sono le cose che più mi piacciono e mi appassionano.

Hai avuto dei paletti da parte della Rai? Al momento della scrittura o sul girato?

No assolutamente

Qualcosa che poi non hai potuto montare?

No no, è andata bene! Nessuno mi ha detto niente né sulla troppa violenza né sulle scene di sesso.

Una scena che rimane impressa per la violenza con cui è stata fatta è l’uccisione del cinghiale.

L’uccisione del cinghiale è tutto 3D. Ho iniziato il lavoro della scena con mio fratello Lorenzo, che si occupa di animazione, abbiamo fatto lo storyboard della scena, poi con una società di professionisti che si chiama EDI (Effetti Digitali Italiani), abbiamo studiato passo passo come creare gli effetti con le inquadrature che avevamo disegnato. A quel punto siamo andati nel bosco con un pastore tedesco che ha fatto la “controfigura” del cinghiale, così che i movimenti nei cespugli e le nuvole di terra alzata nella corsa fossero reali, dopodiché è stato sostituito digitalmente con il cinghiale.

Quindi non è vero che in Italia è impossibile fare film con gli effetti speciali.

Dipende anche cosa vuoi fare, a livello di spese il budget dei visual effects ne Il cacciatore non è miserissimo, però gli interventi più massicci non sono tanto dispendiosi oggi. Basta organizzare tutto bene. Il lavorare male ti porta a rimetterci mano dopo e questo vuol dire aggravare i costi. È una questione mentale: la generazione più vecchia di noi non sarà mai in grado di lavorare con i visual effects in Italia, ma sai perché? Perché loro si relazionano con gli effetti dal punto di vista di un regista classico, cioè dicono: «Io voglio questo effetto su questa scena che sarà girata così» e il risultato alla fine è sempre posticcio, finto e quindi per migliorarlo devi far fare un lavoro lungo e dispendioso. Se invece le scene le scrivi in sincronia con chi fa gli effetti, ascoltando le sue indicazioni e metti le riprese a servizio dell’effetto, lo metterai in condizione di fare una cosa fatta bene e risparmierai. Mainetti, Rovere e altri registi miei coetanei hanno fatto così e infatti Jeeg Robot o Veloce come il vento hanno ottimi risultati da questo punto di vista. Ovviamente bisogna essere furbi, non puoi metterti in competizione con i supereroi Marvel, ma si può trovare un modo nostro per fare genere. E di sicuro si deve essere sempre spalleggiati dalla produzione. Nel mio caso il più grande supporter del cinghiale in cgi è stato Rosario Rinaldo, il produttore della serie.

Quindi vedi un ritorno del cinema di genere?

Io amo vedermi le commedie, ma allo stato attuale non sono interessato a farle, se ne fanno sempre di più e invece ci sono tantissimi giovani registi che hanno voglia di fare cinema differente, di fare il genere e le case di produzioni oggi sembra che lo abbiano capito. Di base penso profondamente che siamo quello che mangiamo. La mia generazione è cresciuta principalmente con i grandi registi di intrattenimento che venivano dai paesi anglosassoni. Dagli Scott a Spielberg, Lucas, Zemeckis e tanto altri rimaniamo europei ma questo ci permetti di avere approcci differenti. Si deve soltanto essere onesti prima di tutto con noi stessi.

Un’altra cosa che rimane bene impressa già dalla prima puntata è il brano di Spagna che viene proposto ossessivamente, in netto contrasto con il personaggio che lo ascolta che è l’ultima persona che ti immagini che potrebbe ascoltare quella musica.

Quella non è un’invenzione… Luca Bagarella era realmente fissato con Spagna, Sabella nel libro ne fa una descrizione accurata. Per questo alla fine è diventata la soundtrack del personaggio, quando entra in scena Bagarella arriva Spagna.

Ho letto diverse recensioni positive sulla serie e ancora siamo alle prime due puntate.

Guarda, intanto ti dò uno scoop fresco fresco di oggi: quest’anno al Festival di Cannes ci sarà una sezione chiamata Cannes Series, quindi per la prima volta Cannes si apre alle serie tv e Il cacciatore sarà una delle 10 serie che concorreranno a livello mondiale.

E intanto che aspetti Cannes?

Ho già pronta una sceneggiatura per un thriller che si farà sicuramente, ho già pronto il cast. Poi se ti devo confessare una cosa, l’altro giorno parlando con uno sceneggiatore mi ha chiesto che film mi piacerebbe fare e gli ho risposto che mi piacerebbe girare un remake di Cani arrabbiati di Mario Bava, ma poi mi è venuto in mente che forse lo hanno già fatto.

Sì, mi pare in Canada, ma non so se è uscito in Italia, io non l’ho visto.

Quella sarebbe una bella storia. Di sicuro però voglio guardare al futuro senza limitarmi, pensando all’action, a grandi storie di avventura, al sci-fi e perché no, anche all’horror.