Intervista a Lorraine De Selle

La luce fredda di un’attrice di gran classe
Featured Image

Approdata alla settima arte dalla professione di modella, Lorraine De Selle calca i primi set a metà degli Anni ‘70 rivestendo qualche ruolo marginale nella commedia sexy, piccole parti che però mettono in luce la sua presenza algida e seducente. Questa peculiarità la conduce a stabilizzarsi in ruoli drammatici e sostanzialmente ambigui, adeguati ai canoni del genere horror-thriller da cui finirà, di fatto, per essere adottata. Nel ‘77 Bruno Mattei la sceglie per KZ9 Lager di sterminio, affidandole la parte di detenuta-amante di un sadico colonnello SS; a due anni di distanza è coprotagonista di Vacanze per un massacro di Fernando di Leo, dove impersona una ragazza viziosa e spregiudicata caduta nelle mani di Joe Dallesandro. Nell’interessante ma sfortunata parentesi di Una donna di notte, divertente satira firmata da Nello Rossati sull’immaginario erotico del cinema popolare, Lorraine è promossa a ruolo di protagonista prestandosi a ben due caratterizzazioni, quella della dirimpettaia Bianca Maria e del suo alter ego Laura, parodia delle varie Emmanuelle popolarissime in quegli anni sul grande schermo. A più riprese la De Selle si misura nuovamente nella parte di “ostaggio”: dal tesissimo La casa sperduta nel parco di Ruggero Deodato a Cannibal ferox di Umberto Lenzi l’attrice incarna il ruolo di vittima, ora di una coppia di psicopatici, ora del sentimento di vendetta di una tribù amazzonica. Negli anni a seguire Mattei la richiama in due film, Violenza in un carcere femminile e Blade violent, mentre Franco Prosperi la dirige, da protagonista, nell’horror ecologico Wild beast. Il suo congedo dal set si consuma con il serial TV Rally di Sergio Martino, di cui, non a caso, è anche produttrice: l’affiorare di questa talentuosa capacità seppellirà per sempre la sua immagine, discreta ma indelebile, di “eroina” del cinema di genere tricolore.

Madame De Selle, nulla o quasi sappiamo di lei sulle sue origini: vuol parlarcene?
Sono nata a Milano da padre francese e madre australiana, e ci ho vissuto per dodici anni, dall’età di quattro fino ai sedici; mio padre lavorava nel settore della lana, con l’Australia, e dal nord dell’Italia poteva raggiungere tutte le zone dei vari Zegna, Cerruti, eccetera. Nel ‘68, quando i miei genitori sono morti, mi sono trasferita in Australia e ci sono rimasta fino a 23-24 anni; lì, finita la scuola, sono andata a lavorare per un giornale, e per tre anni ho fatto la reporter generale, poi per due anni ho curato la rubrica della televisione per una rivista australiana che si chiamava Australian Moment Weekly, quindi, come critica televisiva, sono entrata nel mondo dello spettacolo! (ride). Quando sono tornata in Italia ho cercato ancora di fare la giornalista e ho lavorato un po’ per un’agenzia di stampa estera, ma era troppo difficile; mi sono buttata: ho fatto la modella e poi l’attrice, ma non è che venissi da una scuola di recitazione o cose del genere. Dopo pochi anni ho messo su una mia società di produzione a Venezia, e poi sono entrata in società con il dottor Hecht. All’inizio erano due società diverse (lavoravamo insieme, ma ciascuno teneva la sua) che poi abbiamo amalgamato, ed è nata la Junior Film, di cui eravamo soci al cinquanta per cento.

Gianni Hecht era lo stesso produttore che negli anni ‘60 fu legato alla Documento Film…
Era proprio lui. All’epoca non faceva ancora la televisione, mentre io avevo anni di pratica in quel settore, così abbiamo messo insieme la sua esperienza e il mio entusiasmo e siamo andati avanti per tanti anni, ci siamo divertiti. E’ stata una bella associazione.

Qual è stato il primo film della sua carriera?
Sono arrivata in Italia nel ‘74, e il primo ruolo che ho avuto, ovviamente piccolissimo, è stato nel ‘75 con La studentessa, un film diretto da Fabio Piccioni. L’ultima cosa che ho fatto in qualità di attrice (ma in quel caso ero anche produttrice) è stata la serie Rally per Rai uno, otto episodi; ma io non nasco come attrice, è stato un ripiego…

In che senso?
Fare l’attrice è stata una scelta involontaria che mi ha permesso di guadagnare e di mettere un piede nella produzione, mi ha permesso di fare quello che faccio, di fare quello che mi piace. Ma non era quello che volevo fare, non era la scuola da cui provenivo, l’ho fatto in attesa di fare qualcos’altro. Diciamo che è stato “il pane per la sopravvivenza”.

Lascia intendere che il suo rapporto con la recitazione non fosse proprio idilliaco…
Questo non significa che non l’ho amato, non significa che non mi sono divertita, significa che non me lo ricordo tanto! Non è che vivessi la vita del set, stavo in camerino, leggevo, facevo altre cose, mi chiamavano giusto per fare la mia parte. Un attore vero vive sul set, e va a casa con un’idea più completa del film, mentre io questo non l’ho fatto. Se lei mi chiedesse cosa penso della mia attività di giornalista… ah!, l’adoravo, e mi dispiace di non aver continuato; di questo le potrei raccontare duemila aneddoti, invece sul cinema ho una specie di amnesia, ma non è dovuta al fatto che io voglia rinnegare quello che ho fatto, è che proprio non mi ricordo, non ricordo le cose di routine. Anche quando facevo la giornalista facevo delle cose noiose, però spendevo le mie energie per trovare storie in giro per il mondo, e ne ho trovate tante, ho fatto anche degli scoop.

Quando ha deciso di interrompere la sua carriera di attrice?
Un giorno Manuel De Sica, vedendomi in Storia senza parole, mi ha detto: «Lorraine, sembra che tu ti stia un po’ annoiando…». Io gli ho risposto che forse aveva ragione, e lì ho cominciato a pensare che era meglio se cambiavo mestiere. Però in questo non c’è polemica, non c’è rifiuto.

Eppure il suo volto, nel panorama delle attrici di genere, era indubbiamente tra quelli più interessanti…
La ringrazio, sono felice che me lo dica, ma io non sono una grande fan di me stessa, non mi prenderei!

Trovo inoltre che fosse molto adatta per interpretare ruoli drammatici.
Veramente mi divertivano di più quelli comici…

Si riferisce a ruoli come quello di Dove vai in vacanza?
Sì, ma in quel caso non era né comico né drammatico, perché alla fine non c’ero proprio!

Allora forse intende la parte di In viaggio con Anita…
Ecco, lì sono state poche pose, tipo due giorni di lavoro, ma in quel caso mi sono davvero divertita.

Vorrei citarle almeno i titoli più rappresentativi della sua filmografia, giusto per tracciare un profilo della sua carriera, le va?
Spari!

Wild beast…
Di Wild beast ero molto innamorata della parte inerente gli animali, era talmente bella che pensavo questo sarà un film strepitoso…. Era un film che prometteva tantissimo, poi, tutto sommato, ho trovato il prodotto finale un po’ così.

Prese parte alle riprese africane?
No, la parte africana, che era bellissima, l’avevano girata prima. Portarono questo materiale strepitoso, con gli elefanti che inseguono il Jumbo sulla pista dell’aeroporto… Poi, il resto del film, secondo me, non era all’altezza. Comunque questa è un’opinione mia.

Cannibal ferox…
Per fortuna che in inglese è uscito con un altro titolo: The Woman from the DeepRriver. Lì mi sono divertita come una matta, ho amato molto l’Amazzonia, poi siamo stati anche a New York; Giovanni Lombardo Radice e gli altri attori erano tutti molto simpatici, poi, che altro devo dirle, che ho amato il film? Non ho amato alcun film che ho fatto! Ma almeno con Cannibal ferox mi sono divertita.

Come fu il suo rapporto con Umberto Lenzi?
Buono, ottimo, non abbiamo mai litigato. Ma devo dire che ho avuto un ottimo rapporto con tutti, non ho mai litigato con nessuno e non ho cattivi ricordi di nessuno, tant’è vero che sono tutte persone con cui potrei lavorare anche oggi, non ho problemi.

Una Donna di notte…
Nello Rossati era una persona molto carina, ma non ho ricordi particolari, ho una specie di rimozione.

Con Bruno Mattei fece due film, l’ultimo dei quali fu Violenza in un carcere femminile…
Oddio, è probabile, se me lo dice lei… io proprio non me lo ricordo! Come avrà capito, fare l’attrice non è stato il grande amore della mia vita, era il “pane per la sopravvivenza”. Bruno Mattei me lo ricordo…

Lo ricorderà come regista di KZ9 lager di sterminio…
Quello in cui alla fine mi impiccano?… Ricordo vagamente di essere stata imbracata!

Madness, vacanze per un massacro…
C’era quell’americano… Joe Dallesandro, che come attore era molto bravo, ma forse è meglio fermarci qui (ride). All’epoca c’erano altri problemi.

E Fernando di Leo…?
I registi me li ricordo tutti, ma non mi ricordo il film… a parte che anche lì mi sono divertita molto, sulla scena ridevamo come dei pazzi.

Gardenia, il giustiziere della mala…
Con quel cantante… Franco Califano, e c’era anche Licinia Lentini, mentre Domenico Paolella era il regista. Ricordo la discesa da una scalinata e ricordo vagamente che faceva parte di un gruppo di film che feci per la Pac, con la quale per un certo periodo fui sotto contratto; con loro avevo fatto questo e un altro con quell’attore italiano che aveva molto successo in Francia, comico, col naso lungo…

Aldo Maccione?
Sì, quello è un film che ho abbastanza amato.

In Nero veneziano si ha l’impressione che originariamente fosse prevista in più sequenze: le risulta?
Posso dire la verità? Non ho mai visto il film (sospira). Non ne ho mai visto uno, mai, ma non per snobismo o per rifiuto: non le è mai successo nella sua vita di fare delle cose giusto perché doveva farle, concentrando le sue energie su altro? Io, per esempio, negli anni in cui facevo l’attrice lavoravo per la Rusconi come lettrice, scrivevo articoli, ho scritto un libro, insomma ho fatto altre cose, e soprattutto ho cercato di montare una casa di produzione, per cui le mie energie mentali erano focalizzate su altro.

Emanuelle in America…
Risponderò con una grossa incazzatura, perché mi è stato detto che ho fatto dei film porno, quindi deduco che qualcuno in qualche parte del mondo mi abbia doppiato. Questo mi ha danneggiato tantissimo, perché è vero che mi sono spogliata, ma non ho mai fatto un film hard in vita mia! Per un po’ di anni mi arrivava ‘sta voce, e non riuscivo a capire; poi è venuta fuori questa Emanuelle, qualcosa che è meglio che nemmeno senta… L’unico film su cui veramente mi arrabbio, perché c’è stata una grande mascalzonata.

Come attrice televisiva in quali produzioni ha lavorato?
Come ho già detto, ho fatto un ruolo in Storia senza parole, che credo sia l’unico film muto mai andato in onda sulla Rai; poi ho fatto Il Santo, con la regia di Calderone, e Il ritorno del Santo con gli inglesi.

Parliamo ora della sua attività di produttrice…
È nata facendo uno spettacolo teatrale con Bruno Cirino con un titolo lunghissimo… non me lo ricordo. Diciamo allora che ho fatto Rocco Scotellaro per la televisione, e poi ho fatto uno spettacolo teatrale di cui non ricordo il nome. Bruno Cirino mi disse «Lorraine, sei così brava ad organizzare, perché non metti su una produzione?». Così ho messo su questa prima società a Venezia, ma poi non aveva senso doversi muovere in continuazione e quindi mi trasferii a Roma, finché con il dottor Hecht creammo la Junior. Abbiamo fatto Linda e il brigadiere, Piazza di Spagna, Casa Ricordi, Rally; abbiamo prodotto anche il primo film di Nicole Kidman fuori dall’ Australia, che si chiamava Un’australiana a Roma, abbiamo fatto David and David con la regia di Capitani, e, tra le ultime cose, un film in Francia con Maria Grazia Cucinotta, Isabelle Pasco e Marco Reale, una coproduzione al cinquanta per cento tra Mediaset e la Francia.

La produzione di cui è più orgogliosa?
Devo dire che a me sono piaciute tutte… con Piazza di Spagna mi ha fatto causa mezza Italia…

Come mai?
Quando l’ho prodotto era un momento delicato per l’Italia, era l’inizio di Tangentopoli, e ogni volta che partiva qualche cosa si sentivano tutti minacciati. Alcune persone si sono identificate nella storia, che era puramente fiction, non c’era alcuna intenzione di fare un film di denuncia, e invece molti si sono sentiti chiamati in causa; è stato un film importante proprio perché, pur non volendo essere un film di denuncia, ha finito con l’esserlo. Quello che forse sento più come un figlio è Linda e il brigadiere, che ho seguito nei minimi particolari ed è stato molto faticoso. Amo tutte le mie produzioni, non sono una mass-producer e quindi scelgo tutto, dalla sceneggiatura al cast, al regista, all’edizione, poi tutti i miei lavori mi hanno dato soddisfazione. Casa Ricordi l’abbiamo venduto in tutto il mondo, perfino in Cina, è stato una sorta di ambasciatore della fiction italiana; Linda e il brigadiere lo amo anche perché è una commedia

Se non sbaglio, alla Rai è passato un lungometraggio diretto da lei…
Hemingway a Venezia, con Ivo Garrani, che è stato l’unico film di fiction che ho fatto, perché poi ho diretto anche dei documentari.

Di cosa si trattava?
Ho fatto una serie di cinque puntate per la Rai che si chiamava Italian style, anche quello tanti anni fa. Era un viaggio nel talento italiano esportato nel mondo, un reportage sugli italiani che hanno venduto le loro idee all’estero; era una cosa che ho prodotto e diretto, poi ci sono stati anche due o tre altri registi che hanno lavorato sulla serie, ce la siamo divisa.

Quindi possiede esperienza anche nel campo della regia?
Ho fatto l’aiuto regista di Capitani (anche lì mi sono divertita molto) per un film di mia produzione, ma non so se posso dire di avere esperienza come regista…