Intervista a Catriona MacColl

La bionda dei grandi horror di Lucio Fulci, si confessa….
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Catriona MacColl, prima ballerina e poi attrice, si presenti…

Sono inglese e sono cresciuta vicino a Londra. Da bambina sognavo di fare la ballerina e quel sogno mi ha accompagnato per tanto tempo, così mia madre a sette anni decise che forse potevo avere qualche possibilità. Ma non mi ha iscritto alla solita scuola di ballo, ha chiamato il più famoso insegnante di danza dell’epoca a Bruxelles, che aveva ballato alla Scala di Milano e all’Opera di Parigi, e non so per quale miracolo all’età di nove anni entrai nella sua accademia. Fu un esperienza molto dura, diventare una ballerina è qualcosa di molto simile a un’operazione militare… Molto difficile. Bisogna essere concentrati. Non mi fraintendere, è stato un periodo fantastico, ma ho dovuto lavorare sodo. Comunque, per fare una storia breve, quando ho finito il corso ho cominciato a guardarmi in giro e ho deciso di andare a Marsiglia, perché ho sempre avuto una passione per la Francia. Altri miei compagni erano invece andati in Germania perché li era più facile riuscire a fare parte di un corpo di ballo. A Marsiglia sono entrata in una compagnia abbastanza importante, Le Ballet de Marseille, ma ci rimasi solo due anni perché poi mi feci male a una gamba e questo incidente mi portò via il piacere per la danza e persino la mia tecnica, perché provavo sempre dolore. A quel punto pensai: «Ho sempre amato la recitazione, ma ero troppo occupata a diventare una ballerina!». Così fui ingaggiata da una compagnia teatrale francese che mi offrì un piccolo ruolo in uno spettacolo. Con loro rimasi per oltre due anni e alla fine del primo anno interpretavo già ruoli da protagonista. Persino Shakespeare. Da lì sono andata a Nizza al Centro di drammaturgia e ho incontrato tantissimi ragazzi come me che oggi sono grandi attori e registi francesi. Era una scuola importante che mi fu molto utile perché io sono un’attrice molto fisica, che ha un ottimo rapporto col proprio corpo, e da loro ho imparato invece la dizione. Capii finalmente che mi piaceva molto di più recitare che ballare. Era meno faticoso. Volevo tornare a Londra e proseguire la carriera lì, ma sulla strada del ritorno mi sono fermata a Parigi, a casa di alcune amiche attrici, che mi hanno presentata a un agente. Così ho cominciato a lavorare nella televisione francese. Per me non era un problema recitare in francese, perché lo parlavo già in maniera fluente, ma ad un certo punto ho deciso che volevo recitare nella mia lingua madre. Avevo 27 anni e vivevo a Parigi già da cinque. Avevo già recitato in molti film come protagonista, in quelli di Lucio Fulci, nel film di Jacques Demy

Avevi fatto anche Un uomo in premio di Just Jaeckin…

Ma quella non era una vera e propria parte. Dovevo ballare, ero una tra le tante ballerine. Abbiamo provato la scena per un paio di settimane e girato per una settimana. In tutto tre settimane di lavoro, che nei tempi cinematografici non sono poche, ma quando mi si vede sullo schermo, è impossibile riconoscermi. Fu la mia prima esperienza col cinema… o forse no, la mia primissima apparizione su grande schermo fu un uno stranissimo cortometraggio, fatto da una persona molto gentile e intellettuale, Philippe Collas, che è uno stimato critico di cinema. Era in bianco e nero si intitolava La photocopiste, che significa “la ragazza che fa le fotocopie”. Quella fu la mia prima esperienza davanti alla camera. L’avventura con Just Jaeckin fu molta fatica per uno scarso risultato, ma Just era una persona piacevole. Il film non era un granché e mancava di una vera attrice rappresentativa.

Quando sei tornata in Inghilterra?

Dopo i film di Lucio. Ero tornata in patria e avevo sposato un giovane attore inglese. Ma il problema lì è che era difficile entrare nel giro giusto. Era appena nata Channel 4 che stava investendo soldi in film importanti dove difficilmente ci sarebbe stato spazio per me. Così cominciai a lavorare in televisione e interpretai addirittura qualche personaggio francese nelle serie tv inglesi. C’era dell’ironia perché ero tornata in Inghilterra proprio per parlare nella mia lingua e invece… Comunque avevo bisogno di soldi e quello era un lavoro. Fu, tutto sommato, una bella esperienza.

Eppure tu avevi già interpretato da protagonista un film che avrebbe dovuto portarti grande popolarità, Lady Oscar diretto da un regista importante come Jacques Demy…

Quella è una storia buffa… All’epoca mi parlarono di questo manga di grande successo. Ottenere quella parte fu un vero e proprio miracolo perché Jacques aveva cercato una ragazza adatta per quel ruolo per tantissimo tempo. Era persino andato in America con il produttore giapponese che doveva essere d’accordo per contratto. Ma non c’era verso, Lady Oscar non saltava fuori. A quanto pare fu George Cukor a dire a Jacques che stava facendo un errore, perché avrebbe dovuto fare il film con una ragazza inglese, dall’accento inglese, perché pensava potesse essere molto più credibile e molto più autentica. Così ottenni la parte. Fui l’ultima ragazza vista tra tutti i provini fatti in Francia e in America.

Come ti sei sentita a essere scelta come protagonista di un film di un regista così famoso?

Mi sono sentita come se fosse un segno del destino. Ero praticamente perfetta per quella parte anche se non avevo un nome importante come quelle di Jane Birkin, che era pure stata presa in considerazione per il ruolo. I giapponesi non volevano nessuno che avesse una fisicità o un background che non potesse fondersi con quello di un’icona come Lady Oscar. Anzi, un’attrice senza nome avrebbe potuto dare la giusta rilevanza al personaggio. Per di più, io non avevo un passato turbolento come quello della Birkin con Gainsbourg e quindi non avrei creato scandalo interpretando un personaggio così puro e virginale come quello di Oscar. Per me fu un ciclone: mi sono ritrovata a girare il trailer il pomeriggio dopo la mia seconda audizione senza neanche aver letto il copione. Il giapponese disse: «Ok, sei tu!» e mi fece firmare subito il contratto. Mi ritrovai subito in sella a un cavallo e con una spada in mano. Ero stata a cavallo molti anni prima e di sicuro non avevo mai maneggiato una spada, così il maestro d’armi mi insegnò con molta pazienza quello che avrei dovuto fare. Fortunatamente il mio passato da ballerina mi ha aiutato parecchio e ho interpretato quel trailer come fosse una coreografia. Da lì è iniziata un’incredibile avventura. Le riprese sono durate undici settimane e prima mi preparai moltissimo seguendo altri corsi di dizione. Andai anche in Spagna con una troupe di giapponesi per girare una specie di show da passare alla tv giapponese la notte di capodanno. Finite le riprese mi trovai a fare un enorme tour promozionale con Jacques in Giappone. Mai nella mia vita mi è capitata un’esperienza simile: avevo nove bodyguard! Ci credi? E avevo bisogno di loro, perché c’erano talmente tanti di quei fan di Lady Oscar che poteva diventare pericoloso… La premiere fu incredibile: tutto il cinema era coperto di rose! Jacques credeva molto in me e mi aveva preso sotto la sua ala protettrice, perché gli piacevo proprio come persona. Ero una ragazza molto semplice e aperta. Non creavo problemi e ci divertivamo molto insieme. Una volta Jacques organizzò una proiezione di Lady Oscar a New York per Louis Malle e Susan Sarandon, che all’epoca avevano una relazione, e Malle mi disse: «Non mi preoccupo per te perché ce l’hai fatta!». Ci fu pure uno special screen di Lady Oscar a Cannes e Jacques mi disse: «In due anni, cara, sarai su quel tappeto rosso con tutte le più grandi star!». Non è mai successo!

Quindi cosa successe a quel punto?

Andai a cercare uno degli agenti più importanti di Londra che si dimostrò interessato a prendermi sotto contratto ma che voleva vedere assolutamente il film prima. Solo che era impossibile mostrarglielo e così non mi prese. Fortunatamente qualcun altro si dimostrò interessato a rappresentarmi e così finii a fare i film di Lucio Fulci. Ma ti devo dire che all’epoca, quando li ho fatti non ero così sicura che fossero i tipi di film che era giusto accettare per una giovane ragazza inglese che veniva dalla patria di Shakespeare. Non ero per niente sicura. Così sono scappata da questi film. Li ho fatti nella maniera più professionale possibile, perché questo è il mio lavoro, ma senza credere che qualcuno sarebbe mai andato a vederli. Infatti il mio agente mi aveva detto che non li avrebbe mai visti nessuno. Quando andai a Roma per 24 ore per incontrare Lucio la prima volta non avevo molte aspettative. Lui fu molto gentile e mi fece fare la solita audizione per vedere se ero adatta per la parte. Non era il Lucio che avrei conosciuto dopo, era molto seducente, affabile e riservato. Era vestito in maniera elegante e non in quel modo trasandato che avrei scoperto dopo essere il suo vero stile. Andammo nell’ufficio ai Parioli che apparteneva a Perrone, il famoso agente, che era una persona incredibilmente raffinata, con tutti questi mobili antichi da ogni parte in un palazzo che toglieva il fiato solo a guardarlo. Forse Lucio si era adeguato alla situazione. Non so se fossero amici, lui e Perrone, ma mi ricordo di alcune cene fatte a casa di Perrone, piene di personaggi famosi come Edwige Fenech e altre star dell’epoca, dove era venuto anche Lucio. Penso fosse un rapporto solo di lavoro il loro, ma che tradiva una certa sintonia. A ogni modo rimasi molto colpita dalla situazione, anche se non è che parlammo poi tantissimo perché, non so se lo sai, ma l’inglese di Lucio non era tanto buono… Comunque, mi diede la sceneggiatura da leggere in albergo mentre lui aveva già deciso che la parte sarebbe stata affidata a me. Aveva già deciso di offrirmi il ruolo in base alle fotografie che il mio agente aveva dato a Perrone. Perrone era venuto a Londra alla ricerca di un tipo ben preciso di donna, bionda, algida, occhi azzurri, la classica figura femminile hitchockiana. Di tutte le attrici che avevano dato la loro foto, solo io fui chiamata per il provino a Roma, quindi questo mi aveva già fatto pensare che erano davvero convinti del mio fisico. Durante la notte lessi la sceneggiatura in albergo e la mattina presto chiamai il mio agente dicendogli: «Ma che cosa diavolo è questo?». Sapevo che si trattava di un film dell’orrore, ma non avevo mai letto una sceneggiatura di quel genere. Era molto diversa da quello che mi aspettavo, non aveva niente del fascino morboso e seducente dei film Hammer, era piuttosto una cosa piena di sangue e effetti gore. Il problema, poi, era che non l’avevano nemmeno tradotta bene, anche perché gli unici due che parlavano inglese sul set eravamo io e Christopher George e a me dava l’impressione che non ci fosse troppa sostanza sotto. Io non conoscevo Lucio e mi sembrava che fosse tutto un pretesto per agganciare tra di loro gli effetti speciali. Il mio agente mi disse: «Catriona, cosa vuoi fare? Hai qualche altra offerta oltre questo film?» e io: «No, veramente no!»; e lui: «Non ti piacerebbe andare negli Stati Uniti?» e io: «Ma certo, non sono mai stata in America!»; e lui: «Non ti piacerebbe passare qualche settimana a Roma?» e io: «Beh… certo!» e poi ancora: «Catriona, hai bisogno di soldi?» e io: «Ma certo che ho bisogno di soldi!». A questo punto l’agente disse esattamente queste parole: «Bene carina, allora fallo e basta, santo cielo! Nessuno lo vedrà mai!». Allora pensai che non era una cosa troppo pericolosa da fare e dissi: «Ok, perché no?». L’ho fatto così senza crederci veramente, tanto pensavo che nessuno avrebbe visto questo film al di fuori dell’Italia. Non ho mai pensato che oggi tutti mi ricordassero solo per quelle cose.

Quindi non avevi proprio nessuna aspettativa?

Nessuna. Non avevo mai sentito nominare Lucio Fulci. Mi avevano detto che aveva fatto tantissimi film, ma non era certo conosciuto come Fellini o Antonioni. L’unica cosa su cui ero stata rassicurata è che tutti i tecnici coinvolti nella realizzazione del film erano grandi professionisti, rispettati e stimati in Italia. Avevano lavorato con Fellini, De Sica e tutti i grandi. E infatti devo dire che quando cominciammo a girare mi resi subito conto che era un team speciale, molto preparato e capace. Penso che gli ultimi film di Lucio non fossero all’altezza di quelli che abbiamo fatto insieme, proprio perché gli sono venute a mancare quelle maestranze. Così pensai che se questi grandi professionisti avevano accettato un film del genere, voleva dire che lo potevo fare anche io. E poi pure gli attori avevano un certo prestigio, c’erano persone che avevano lavorato con Argento, c’era Christopher George che era conosciuto, c’era Carlo De Mejo, che era figlio di Alida Valli… Se tutte quelle persone erano coinvolte significava che il progetto non poteva essere così male. Ma quello che mi fece decidere del tutto fu che mi avevano detto che Lucio aveva fatto un film con alcune star o semi-star molto conosciute all’epoca in Inghilterra che si intitolava Una lucertola con la pelle di donna. Un film, tra l’altro, che ho visto molto dopo e ho trovato bellissimo. Del resto, il lavoro di attore è un lavoro come un altro e anche noi abbiamo le bollette da pagare.

Parliamo di Paura nella città dei morti viventi. Dopo essere stata scelta per la parte siete subito partiti per gli Stati Uniti?

Sì, siamo andati a Savannah e mi sono divertita moltissimo, anche se ero un pochino nervosa, perché non sapevo cosa stavamo andando a fare, e anche se non conoscevo nessuno perché era la prima volta che lavoravo con Lucio. Ho avuto un rapporto molto professionale con Christopher George, che era un vero signore, ma non si è sviluppata la stessa complicità che avrei avuto poi con David Warbeck e Paolo Malco. Forse perché Christopher era leggermente più grande e veniva da un modo professionale di fare le cose. Su quel set ho anche scoperto la vera natura di Lucio e fu un po’ pesante.

La sua misoginia è una cosa alquanto nota…

Non so se fosse veramente misogino. O almeno con me e con Cinzia Monreale non lo è stato. Forse per il mio passato e per il fatto che avevo fatto scuola di dizione, mi trattava con molto rispetto. Quello che proprio non sopportava erano le attrici scollacciate, quelle che erano più propense a cose sessuali. Non sto dando un giudizio morale, sto parlando di quel modo di atteggiarsi che è tipico di alcune ragazze… specialmente in Italia in quegli anni. Sono donne talmente sotto pressione per lo sforzo di sembrare sexy che non riescono neanche a ricordarsi la parte. A Lucio quel comportamento non piaceva proprio e lo faceva notare col suo modo scorbutico.

Quindi come definiresti Lucio Fulci?

Una personalità molto complessa. Tutti noi abbiamo i nostri diversi strati di pelle che nascondo le sfumature del nostro carattere, ma ogni volta che toglievi uno strato a Lucio, ti accorgevi che sotto ce n’erano ancora molti altri. Sapevamo del suo passato, che sua moglie era morta in circostanze tragiche e che sua figlia era diventata zoppa per un incidente di cavallo… ma non penso che fosse quello che lo rendesse misogino. C’era un lato tragico di lui che ha contribuito a crearne la leggenda. In Paura nella città dei morti viventi, nonostante lui avesse un gran rispetto per me, ci fu una situazione in cui scoprii il lato oscuro del suo carattere. È la scena in cui veniamo coperti dai vermi. In pratica, abbiamo fatto prima la scena in totale e in quel caso si trattava per la maggior parte di riso colorato. Poi è arrivato il momento del primo piano. Io fui l’ultima a farlo e avevo visto quello che succedeva agli altri. Pensai: «Oh, mio Dio, ma questa cosa è disgustosa!». Siccome ero abituata ad accettare le sfide per il mio passato da ballerina, mi dissi: «Lo devi fare! Hai firmato un contratto, hai letto il copione, adesso lo devi fare!». Erano quasi le otto di sera e Fabrizio De Angelis, il produttore, era sul set che continuava a guardare l’orologio. Mi feci prendere dal panico e ho avuto quello che, potrei definire, il mio momento di capriccio. Così dissi: «Non lo voglio fare! Non lo voglio fare!». Fortunatamente è intervenuta la segretaria di edizione, una donna meravigliosa che si chiamava Rita Agostini. Lei aveva fatto tanti film con Lucio e sapeva come trattarlo e tirare fuori il meglio da lui. Eravamo alla De Paolis e mi ricordo che Rita venne da me e mi disse: «Cara, non preoccuparti, tutto andrà bene, il truccatore ha trovato una soluzione!». Così mi misero una sorta di colla trasparente sul viso in modo perché i vermi non fossero a contatto con la mia pelle. Non so se fosse una cosa vera, ti dico la verità, ma mi mise nello stato d’animo giusto. Mi aiutarono anche i due cognac che mi diedero da bere, perché stavo letteralmente piangendo. Così ho fatto la scena, ma il vero problema fu vedere quell’inaspettato lato della personalità di Fulci. Mi fece fare la scena per un tempo che sembrava infinito e dentro di me pensavo disgustata: «Perché non dà lo stop? Adesso dovrebbe essere sufficiente. Perché non dà lo stop?». Ho visto il sadismo nei suoi occhi e la cosa mi ha sconvolta. Non riuscivo a credere che quest’uomo a cui piacevo, che mi rispettava, potesse gioire nel vedermi soffrire. Quello stesso sadismo che avrei imparato a riconoscere quando insultava quelle giovani attrici di cui parlavo prima.

Parlami della scena in cui ti risvegli nella bara e Christopher George ti libera usando il piccone…

Quella fu un’altra scena drammatica. Quando eravamo nel cimitero all’aperto era in un certo modo ok per me, anche se un po’ macabro… ma sai, all’epoca avevo solo 23 o 24 anni quindi la morte non è un concetto al quale pensavo spesso. Al momento di entrare nella bara non mi sentii per niente a mio agio ma tutti intorno facevano delle battute macabre per sdrammatizzare. Il vero problema ci fu alla De Paolis quando dovetti girare la scena all’interno della bara. La cassa aveva un lato aperto dal quale la camera mi poteva filmare e Lucio era seduto lì con l’operatore. Io mi sentivo leggermente nervosa perché avevo gli sguardi di tutti addosso e stavo chiusa in uno spazio tanto stretto, così i mie occhi non potevano fare a meno di muoversi sotto le palpebre chiuse. Tentavo di rilassarmi ma Lucio urlava: «Smettila di muovere gli occhi!». Io ci provavo in tutti i modi ma proprio non mi riusciva, così Lucio perse la pazienza, mi trascinò fuori dalla bara e ci si mise dentro lui urlando: «Adesso di faccio vedere io!». Fu molto crudele e ci rimasi male. Da allora ho questo ricordo di Lucio sdraiato nella bara, coi suoi vestiti sporchi e gli occhiali rotti. Fu una scena impegnativa ma adesso la considero la più bella che abbia mai fatto in quel film, così macabra ma altrettanto poetica, come un racconto di Edgar Allan Poe.

Sei andata a vedere il film quando è uscito?

Sì, a Londra, un mercoledì pomeriggio alle due. Mi ricordo che lo proiettavano in un cinema del centro, molto grande e specializzato in B-Movie. Non volevo che nessuno mi riconoscesse, così mi sono seduta nelle ultime file malgrado in sala non ci fossero molte persone. Siccome non volevo andare da sola, sono venuti mio fratello e mia madre. Prima di entrare li avevo avvertiti: «Mi scuso in anticipo ma state per vedere una cosa molto brutta!». Vedendolo mi resi conto che non era così estremo come mi aspettavo, forse era una versione censurata, non so, ma mi sentii lo stesso in colpa per i miei parenti. Invece mio fratello si divertì moltissimo e qualche anno dopo, quando ci fu lo scandalo dei video nasty, mi chiamò dicendo che aveva letto in un giornale che di dieci film considerati illegali in Inghilterra, due avevano me come protagonista. Pensai: «Oh, mio Dio!»

Sul set di Paura, avevi già avuto sentore che saresti stata ingaggiata anche per il successivo L’aldilà e tu vivrai nel terrore!?

No, ma è abbastanza chiaro che quando tutti gli ingredienti si mischiano bene per fare la maionese, non li vai mica a cambiare. Paura era andato bene e così quasi tutti quelli che avevano lavorato nel film furono ripresi anche in L’aldilà. Tutti tranne l’interprete maschile principale. Quel film fu un’esperienza ancora migliore di quella precedente, perché avevo già conosciuto tutti e si era creata una certa affinità. Mi ricordo che ho riso molto con David Warbeck. David era adrenalina pura, per lui il cinema era andare ai party, fare i party, organizzare party. A lui non importava niente di niente di quello che faceva, di girare horror movie o film sui cannibali o commedie sexy. L’ho amato tanto per questo. Non gli interessava minimamente la sua carriera, penso che sapesse bene chi fosse e cosa potesse dare. Sapeva di avere questo look alla James Bond, di essere fotogenico e che la macchina da presa lo amava; non si sentiva un grande attore, non si sentiva un Anthony Hopkins, ma sapeva come prendere quello che la vita gli aveva offerto e usarlo. Non era per niente stupido e quando ha visto questa possibilità di fare cinema in Italia, l’ha presa al volo. Su L’aldilà, devo dire che mi sono trovata bene con tutti. Cinzia Monreale era fantastica, anche se non abbiamo avuto modo di socializzare molto perché quando giravamo a Roma, la sera ognuno tornava alla propria vita.

Il film fu girato in parte anche in Louisiana…

Sì, su questa location meravigliosa che era l’albergo di proprietà del mio personaggio. Mi ricordo anche la scena bellissima in cui attraversavo il ponte con Cinzia Monreale ferma al centro della strada. La girammo su quello che all’epoca era il ponte più lungo del mondo (oggi penso che i Giapponesi ne abbiano costruito uno ancora più lungo) e mi sa che quella volta chiedemmo i permessi, perché c’era di mezzo una film commission della Louisiana. Di questo ne sono certissima perché il responsabile della film commission aveva fatto una piccola parte come attore nel film: era l’imbianchino che precipita dall’impalcatura. Un ragazzo molto simpatico. Mi ricordo anche della casa dove viveva il personaggio interpretato da Cinzia, che era poi la stessa villa dove Louis Malle aveva girato Pretty Baby. Era un luogo un po’ inquietante…

Poi c’è la famosa scena dell’ospedale con gli zombi…

Sì, me la ricordo bene, perché ero affascinata dal loro make up e da come Giannetto De Rossi riuscisse a fare questi trucchi usando la marmellata e altri mezzi artigianali. Mi ricordo quando dall’ospedale ci ritroviamo in questa specie di cantina ricostruita alla De Paolis e io e David facevamo un sacco di scherzi per provocare il riso della troupe. L’aldilà è il film che preferisco di quelli fatti con Lucio, seguito subito da Quella villa accanto al cimitero. Mi piace moltissimo la scena finale dove arriviamo nel mondo dei morti, era una cosa molto poetica che lascia spazio all’immaginazione. Sono morti? Perché quando si girano di 360 gradi il paesaggio non cambia? Sono all’inferno? In purgatorio? In paradiso? Non ci sono risposte. Mi ricordo che quella fu l’ultima scena che girammo e, come al solito, Fabrizio se ne stava lì a guardare l’orologio. Anche perché era pochi giorni prima di Natale e dopo avremmo fatto una piccola festa prima di tornare alle nostre famiglie. Non so perché avessero tenuto quella scena per ultima, forse perché la scenografia era un po’ difficile da preparare in questo capannone della De Paolis. Volevo solo finire il film e correre a casa per le vacanze ed ero molto preoccupata dalle lenti a contatto. Erano state fatte apposta per noi e oggi sarebbero delle cose totalmente diverse, ma all’epoca era molto rigide e fastidiose. Un dolore terribile, ero cieca… Ho scoperto dopo che i corpi che si vedono in quella scena non erano degli attori professionisti, ma più che altro dei senzatetto che si erano prestati in cambio di una bottiglia di vino o qualcosa del genere.

E poi fu la volta di Quella villa accanto al cimitero…

Delizioso. Stavolta avevo un partner italiano, Paolo Malco, che non parla molto bene l’inglese, ma era adorabile, intelligente e aveva un rapporto speciale con Lucio perché avevano la stessa levatura sociale. Quando abbiamo saputo della morte di Lucio, lui è stato quello tra noi più colpito dalla perdita. Ecco, in quel film, c’era un’attrice con cui non sono andata particolarmente d’accordo, Ania Pieroni. Non avevamo molte scene insieme e quindi non posso dire di averla conosciuta bene, ma molto probabilmente la potrei appezzare di più adesso. Era una di quelle che pretendevano di essere sexy e Lucio non è stato per niente gentile con lei. Ho avuto l’impressione che fosse stata in qualche modo imposta, qualcuno mi disse da un politico, Bettino Craxi. Comunque, a me lei non sembrava per niente adatta alla parte, ma vedendo il film devo dire che in un certo modo funziona. Merito di Lucio che è riuscito a trasformare questa donna appariscente in una serva trasandata. Ne è uscito un personaggio che ha qualcosa di morboso.

Parliamo della drammatica scena finale in cui vieni uccisa battendo la testa sugli scalini…

Penso che a causa del mio background di ballerina ho sempre amato queste cose così fisiche. È una scena molto efficace. Il responsabile degli effetti speciali aveva messo una sorta di spugna sui gradini. Lo stuntman mi teneva la testa e la guidava nei giusti movimenti contro tre o quattro scalini, poi hanno riutilizzato gli stessi fotogrammi per dare l’impressione che fossero molti di più.
Bellissima esperienza, ma dopo quel film pensavo di averne abbastanza del cinema dell’orrore e così lasciai l’Italia per trasferirmi nuovamente a Parigi. Ho lavorato in tv. Avevo completamente rimosso quel periodo, fino a quando un giorno mi trovavo nell’ufficio di un noto produttore e vedo appeso al muro il poster dell’Aldilà. Ho detto: «Lo sa che io ho fatto questo film?»; e lui: «Oh mio Dio, sei tu!». Da lì ho capito che qualcosa era successo con questi film. Poi un giornalista, Jay Slater, che voleva a tutti i costi intervistarmi, mi ha portato alla proiezione di L’aldilà in un art house cinema di Londra dove la gente faceva la fila per vederlo. Non potevo crederci. Io e David siamo stati accolti come delle star!

Come ti spieghi la riscoperta di questi film?

Quando ho scoperto il successo che ancora oggi hanno questi film, ormai apprezzati da tre generazioni di fan, mi sono chiesta il perché. C’è sicuramente la poetica del macabro e quegli incredibili effetti speciali creati con pochi soldi e poco tempo, ma, a dire la verità, non sono riuscita a darmi una risposta soddisfacente e non credo di volerla trovare. Scoprire il motivo vero potrebbe togliere un po’ di fascino alla leggenda che hanno generato.

E da lì qualcosa è cambiato?

Non me lo sarei mai aspettata… E quando sei anni fa ho ricevuto la telefonata dall’assistente di Pascal Laugier, sono rimasta piacevolmente stupita. Ho parlato con Pascal poco dopo e lui è rimasto colpito dal fatto che parlassi francese. Mi disse che sarebbe stato onorato ad avermi nel suo primo film da regista, Saint Ange, con Virginie Ledoyen e Lou Doillon. Ci incontrammo a Parigi e io non potevo credere che fosse un ragazzo così giovane. Un ragazzo che era però un’enciclopedia vivente del cinema. Fui subito contenta di accettare quel ruolo… Era l’omaggio di Pascal Laugier al cinema di Lucio Fulci. Per me fu una nuova fantastica esperienza interpretare una donna non più giovanissima e con un’anima dark, perché mi riscoprii un’attrice diversa con maggior maturità. E durante le riprese, il mio ruolo è cresciuto sempre più. Dopo fui chiamata da un altro regista francese per un episodio tutto incentrato su di me, in una serie che si intitolata Sable noir e da lì ho fatto altri corti, come quello di Olivier Beguin, Employé du mois, o quello di Richard Stanley, The Mother Of Toads che fa parte dell’antologia, The Theatre Bizarre. Insomma, ho scoperto che là fuori c’è un mondo di giovani registi come Eli Roth e Quentin Tarantino che sono miei fan. Pensavo di essere arrivata alla fine della mia carriera e invece, grazie a questa nuova generazione, ho scoperto un nuovo inizio.