Intervista a Bernard Rose

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I videoclip negli anni ‘80, poi il genere, con due film oggi di culto: La casa ai confini della realtà e Candyman. Ora, dopo una carriera all’insegna della sperimentazione, Bernard Rose si è convinto che la rivoluzione sia all’insegna dell’horror. E ha diretto il suo Frankenstein.

Parliamo della tua ultima fatica, Frankenstein: cosa ti ha spinto a confrontarti con un nuovo adattamento del libro di Mary Shelley, ambientandolo ai giorni nostri.

Quando ho letto Mary Shelley sono rimasto sorpreso dal fatto che, pur diventato iconico, il film di James Whale fosse anche una palese distorsione del libro. In Whale Victor Frankenstein esuma parti di corpo, le assembla e rianima il cadavere. Ma questo non è quello che Shelley aveva scritto. Nel libro, Victor crea la vita, il che è un concetto del tutto diverso da quello di rianimare un cadavere. La soluzione di Whale era ottima per i primi anni Trenta. In che altro modo, infatti, avrebbe potuto mostrare la creazione di questo mostro se non attraverso l’assemblaggio di pezzi di altre persone? Ora, però, con la stampa 3D, l’idea che lo scienziato stia di fatto creando l’essere umano, è ancora più forte. Inoltre, il mio film adotta il punto di vista del mostro, come buona parte del libro, d’altronde. è lui che racconta la propria storia a Victor. Mi sembrava forte iniziare con il mostro che si sveglia senza sapere chi è, dove si trova e cosa sta succedendo. In questo modo, l’ho dotato della stessa voce interiore che Mary Shelley gli aveva dato, il che è una diretta citazione.

Ci sono altri aspetti della storia originale che, secondo te, sono stati omessi o trattati in modo inadeguato dagli altri?

Sì, per me il succo della questione è che il mostro è consapevole, pur essendo una creazione di Frankenstein. Il mistero, infatti, è che sia vivo, pensi e che per lui questa sia la sua esistenza. Sogna, ha delle speranze, dei desideri, in altre parole è proprio come noi. Ecco perché ho voluto fare il film tutto dal suo punto di vista. Ciò che si vede o sente è quel che sente e vede lui, diventando consapevole della sua coscienza. E soffre, perché viene trattato a un livello inferiore o diverso, anche se in realtà è superiore, più forte. E infatti, Victor, nel libro, ha paura che il tormento del mostro si propaghi tra gli esseri umani rendendolo ancora più duro da uccidere.

Interessante è anche la figura della madre, interpretata da Carrie-Ann Moss, che infonde un elemento incestuoso alla storia…

Nel romanzo, e in tutte le trasposizioni, Elizabeth Frankenstein non fa altro che bussare alla porta del laboratorio chiedendo a Victor cosa stia facendo. In un contesto moderno, invece, deve trovarsi all’interno del laboratorio, diventa parte del team. In questo modo la creatura la vede come una sorta di figura materna, proprio come vede in Victor suo padre. Usarla come riflesso di una figura materna, è stato da parte mia anche un modo per inserire la figura di Mary Shelley nella storia. è interessante che sia stata una donna a scrivere un libro così, poiché la procreazione e l’amore sono insiti nella donna, mentre è una fantasia dell’uomo quella di poter creare un essere umano. Il fatto che Shelley identificasse 200 anni fa questa cosa come l’oggetto della scienza, è ciò che permette al libro di essere ancora attuale, in quanto è qualcosa che stiamo ancora cercando di fare attraverso l’intelligenza artificiale. La volontà di creare una coscienza è un nostro strano desiderio.

Trovo forte la scena in cui la creatura è con la prostituta e non sa di non avere l’organo sessuale, ed è lei a farglielo notare… 

Sì, non è stato concepito per la riproduzione. È un essere asessuato. E questo è un po’ il senso di ciò che identifica un individuo, cosa costituisce la sua anima e cosa la sua fisicità. Non abbiamo idea di cosa sia la coscienza. Pensiamo di vivere all’interno del nostro cervello, ma ne siamo davvero sicuri? Che tutto sia dentro la testa? Pensa a 2001: Odissea nello spazio. Uno come Kubrick, dopo aver appreso tutto ciò che c’era da sapere sui computer, nel 1968 credeva che al volgere del secolo avremmo avuto computer coscienti. C’è solo da riflettere sulla stupidità dei nostri iPhone per capire che non è vero. Per quanto i computer dominino le nostre vite, sono ancora lontani dall’essere coscienti. Non prendono decisioni se non seguire i loro algoritmi. In quella scena del film emerge, sì, tutta la natura repulsiva del mostro, ma va ricordato anche ciò che gli dice la prostituta: «Sogni?». Gli spiega, quindi, cosa siano i sogni e lui realizza di aver sognato, solo che prima non sapeva che fossero distinti dal risveglio della sua coscienza, non era in grado di riconoscerli.

Sbaglio o ci sono delle somiglianze socio-politiche tra Frankenstein e Candyman?

Quando il mostro arriva nel centro di Los Angeles, ascoltiamo il suo monologo sull’ineguaglianza. Se pensiamo che le cose che dice a commento delle immagini della città furono scritte da Mary Shelley nel 1819, si capisce che non è cambiato nulla nella società dell’uomo. Le nostre divisioni sociali sono le stesse di 200 anni fa. Al netto di tutte le rivoluzioni, le guerre e i cambiamenti politici avvenuti a partire dal XIX secolo, non siamo poi tanto diversi dall’epoca napoleonica. Poi c’è la rappresentazione del centro di Los Angeles, che è un dato di fatto. Durante le riprese del film, qualcuno mi fece notare che forse stavo un po’ esagerando con la rappresentazione negativa della polizia. Peccato che una settimana dopo venne diffuso il video di un poliziotto che si accaniva su un clochard in mezzo alla strada, a L.A.. Per cui no che non è troppo, è esattamente quello che accade tutti i giorni.

Com’è stato tornare a lavorare con Tony Todd dopo quasi 25 anni da Candyman?

Fantastico. Non vedevo Tony da vent’anni ed è stato bello rincontrarlo, al di là del fatto che è un attore meraviglioso. Quando gli ho detto che avrebbe dovuto cantare una canzone malinconica alla chitarra, non ha fatto una piega, anche se lui non è né un cantante né un musicista. E invece ha saputo trasmettere il senso di quella canzone. È lui che la canta dal vivo, improvvisando. Il suo personaggio è carico di umanità. Quando si ha a che fare con Frankenstein, non si può non trattare alcuni elementi. E il personaggio del mendicante cieco è uno di questi. Apparve per la prima volta in La moglie di Frankenstein e ritorna anche in Frankenstein Junior, interpretato da Gene Hackman, in una delle scene più divertenti in assoluto. Ecco, penso che Tony sia riuscito a essere perfino più commovente del personaggio in La moglie di Frankenstein e a reggere l’umorismo insito nel ritratto di Gene Hackman.