Intervista a Anna Maria Rizzoli

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Il seno più bello d’Italia

Due parole per introdurre questa intervista fiume ad Anna Maria Rizzoli, che realizzammo nel lontano 1997, riuscendo a trovare l’incastro con la mitica attrice e show girl (aggettivo non speso tanto per dire, perché all’epoca la Rizzoli era davvero un mito per chi arrivava dagli anni Settanta e Ottanta) grazie alla mediazione di tal Sbarra, che gestiva a Milano delle videoteche di porno. Come e perché Sbarra fosse in rapporto con la Rizzoli, non l’abbiamo mai capito. Comunque andò così. Anna Maria (alla quale Mariano Laurenti, quando la rincontrò in occasione di un programma tv di Italia 1, nella cui realizzazione ci avevano coinvolti e che si intitolava Malizie d’Italia, soffiò all’orecchio: «Sei sempre una gran figa!») fece questa lunga intervista che probabilmente è rimasta l’unica esistente, così dettagliata, sui suoi impegni cinematografici. All’epoca ci piaceva spaccare il capello in quattro e insistevamo in modo anche pedante con i quesiti. Ci fu anche una specie di incidente ex post, perché quando Anna Maria vide che avevamo messo in copertina una sua fotografia da Play Motel a seno nudo (era il numero doppio 5/6) si incazzò parecchio – mai capito se fu per il seno nudo o perché l’immagine era tratta da quel film per lei innominabile. Ad ogni buon conto, l’incazzatura sfumò e l’intervista è rimasta: una grande testimonianza degli albori nocturniani che abbiamo creduto giusto riproporvi.

Una delle prime immagini che ho di Anna Maria Rizzoli è sulle pagine dei giornali vestita da Babbo Natale che pubblicizza le bevande della Stock…

Sì, è vero, il mio ingresso nel mondo dello spettacolo è iniziato con la pubblicità della Stock. Ogni anno, sotto Natale, mi recavo a Trieste per fare questi servizi, le fotografie, i cartelli, la vetrina… La cosa buffa è che io sono totalmente astemia e come varcavo il portone della Stock in due secondi ero sbronza, c’era un odore di cognac che impestava tutto l’ambiente… Mi veniva uno di quei mal di testa che me li portavo dietro per quattro giorni (ride). Terribile! Mi sembra ancora di sentirlo quell’odore tremendo che la mattina alle nove, quando i comuni mortali bevono cappuccino e brioche, ti invadeva le narici…

E da Babbo Natale al cinema il passo fu breve?

Relativamente. Mentre ancora facevo la fotomodella ho conosciuto Walter Chiari. All’epoca lui era stupendo, aveva cinquantadue anni o giù di lì, io solo ventidue e senza accorgerci è scoccata la scintilla dell’amore. Naturalmente siamo finiti su tutti i rotocalchi con titoli del tipo: “Ecco la donna misteriosa che ha rubato il marito ad Alida Chelli”. Insomma, quella notizia mi rese popolare in breve tempo, interviste, copertine e alla fine mi chiamò Beppe Recchia, una persona a cui voglio molto bene e che ricordo sempre con affetto, che mi voleva per una trasmissione televisiva per l’emittente Telealto Milanese…

Come no! Il mitico Playboy di mezzanotte.

Ma sai tutto. Sì, proprio Playboy di mezzanotte, con Enzo Tortora prima e Lucio Flauto poi, dove io leggevo l’oroscopo… Scorpione, Acquario, le stelle, gli astri… tutte cose inventate ma era divertente. Tutti mi scrivevano, mi chiedevano notizie sui loro segni (ride).

Tra l’altro Playboy di mezzanotte era particolarmente popolare all’epoca perché era la prima trasmissione a trasmettere lo strip-tease integrale…

Sì, ma facevano spogliarelli all’acqua di rose… non si vedeva niente. Tra l’altro la trasmissione era fatta da veri professionisti e per gli strip prendevano solo ragazze che lo facevano da ‘professioniste’. Mi ricordo che c’era una ragazza, Rosa Fumetto, che era la donna di Johnny Holliday e che un giorno, quando qualcuno le chiese se non si vergognava a spogliarsi,  lei seria gli rispose: «Io non mi spoglio, io interpreto il nudo». (ride). Lei mi pare che all’epoca lavorasse anche al Crazy Horse di Parigi. Comunque, proprio sull’onda del successo di Playboy di mezzanotte, fui invitata a Domenica in da Corrado. Lì mi presentai con un abito stupendo, con uno spacco che non finiva più, scollatissimo e fui subito notata dal direttore di Rai Uno, il quale mi fece chiamare da Gianni Ravera chiedendomi se volevo condurre Sanremo con Mike Bongiorno. Era il 1979 e per me era un’esperienza unica, favolosa, ero talmente emozionata… Mike era una persona straordinaria, anche se lì successe un fatto un po’ brutto. Ci fu un terribile equivoco. Dovete sapere che una volta la presentatrice non presenziava a tutte le serate, ma solo alle ultime tre e il conduttore presentava le prime due da solo; al che Mike, che come dicevo è una persona deliziosa, telefonò a Ravera chiedendogli di farmi condurre anche le prime due serate. Ravera si oppose: la tradizione non poteva essere interrotta. Quando Mike mi disse che  aveva provato a convincere Ravera e che questi aveva rifiutato, io ci rimasi talmente male che uscii dagli studi con le lacrime agli occhi. E qui avvenne il fattaccio: un giornalista del Corriere mi si è avvicinato e mi ha chiesto cosa fosse successo; devo avergli risposto una frase del tipo: “Sai, c’è qualcuno che non vuole farmi parlare e non vuole che conduca tutte e cinque le serate”. Questo disgraziato, per usare il termine giusto, l’indomani scrisse: Mike Bongiorno non vuole che Anna Maria Rizzoli conduca Sanremo. Quando Mike l’ha letto è andato su tutte le furie, si è sentito tradito e non mi ha dato neanche il tempo di spiegarmi, perché lui è un sanguigno.

Il primo film che hai interpretato si intitolava Milano, difendersi o morire, un poliziesco se vogliamo un po’ sottotono…

Non era un gran film e comunque, nonostante fossi la protagonista femminile, il mio ruolo era secondario. Si trattava di un film d’azione girato qui a Milano, basato sulle figure di alcuni gangster che si ammazzavano a vicenda. Il protagonista era  Marc Porel, che aveva una bella faccia e poteva avere una grossa carriera… Morì giovane, poveretto.

E del regista, Gianni Martucci, cosa ti ricordi?

Carino! Una persona molto simpatica. Ma penso che a Gianni non interessasse neanche tanto quello che stava facendo, perché si vedeva che gli piacevano altre cose… Forse il cinema non era la sua più grande passione, lui era molto interessato all’architettura, alla musica… Ecco, adesso sono passati tanti anni, ma mi sembra di ricordare che gli piacesse l’idea di girare a Milano.

Tu hai sempre abitato a Milano?

Io sono una milanese purosangue. Sono nata a Milano ma poi ho preso casa a Roma dove ho vissuto dieci anni. Nell’82-83 mi sono fidanzata con un architetto che non lavorava nel mondo del cinema e sono andata ad abitare a Como. Poi, adesso che il mio matrimonio è come si suol dire naufragato, sono tornata qua, con mia madre.

Non sei mai stata ostacolata nella tua carriera dalla tua famiglia?

Sì, agli inizi sì… Papà soprattutto non vedeva di buon occhio la mia carriera d’attrice, sai lui era un avvocato, mentre nella famiglia di mia madre erano tutti medici. Quindi io dovevo fare o il medico o l’avvocato e invece… Però devo dire che ho fatto questo lavoro con una mentalità un po’ particolare, alla milanese se vogliamo, non mi sono mai fatta coinvolgere nella vita notturna romana, nei famosi dopo set. Ero molto seria, una professionista. Non amavo la cosiddetta ‘dolce vita’ romana.

Eppure Walter Chiari era famoso per la sua “attività notturna”…

Ah, sì Walter sì. Lui era un vitaiolo, stava al ristorante fino alle sei del mattino. Walter dormiva tre ore per notte, era una cosa pazzesca. Io non ce la facevo a stare al suo ritmo, mi capitava spesso di addormentarmi in questo e in quell’altro locale e poi lui, quando era stufo, mi svegliava e andavamo a casa.

Ma che tipo era Walter Chiari?

Una persona sostanzialmente indifesa, fragile, a cui era impossibile non voler bene. Walter non poteva stare solo, doveva circondarsi sempre di tante persone e poi… è finito solo. Sotto certi aspetti era un ‘credulone’, si fidava troppo della gente e si è sempre circondato di persone sbagliate e a volte cattive; ma lui non se ne accorgeva perché era ingenuo. Pensa che Walter aveva delle proprietà sterminate in Australia e una sera ha dato la delega a un tale solo perché gli stava simpatico e questo ne ha approfittato.

Penso che Walter sia stato un grande attore ingiustamente sottovalutato dalla critica e dal pubblico. E’ incredibile come certe ‘colonne del cinema italiano’ siano state dimenticate.

Sì, è una vergogna. Un mio sogno, che forse un giorno realizzerò, è quello di scrivere un libro su Walter. Comunque devo dire che anche lui era un tipo un po’ lunatico e, a volte, indisciplinato: non andava alle prove e a volte saltava persino la prima. Mi ricordo un episodio clamoroso di una prima a Torino dove lui non è andato. Era una commedia tutta impostata sul suo personaggio e lui non si è neppure presentato. La gente, non ti dico, inviperita. Hanno dovuto restituire i soldi del biglietto. L’indomani, allo spettacolo serale, il teatro era ancora stracolmo e quando Walter si è presentato sul palco il pubblico lo ha letteralmente investito con una valanga di fischi e boati. Walter non ha fatto una piega, ha messo la mano sul fianco e ha aspettato che i fischi cessassero e dopo un po’ ha detto, fissando uno del pubblico: «Adesso lei mi spiega perché non ha fischiato come tutti gli altri?». Ci fu un’esplosione di risate. Walter con quella battuta pronta aveva riconquistato tutto il teatro. Era una forza della natura.

Tra l’altro con Walter Chiari hai recitato nel film Ride bene chi ride ultimo

Sì, mi ricordo… lui faceva il prete in quel film. Era il 1977, quanto tempo è passato. Il regista era Vittorio Sindoni, un personaggio con un carattere insopportabile sul set, che fuori, la sera a cena, era una pasta d’uomo, spiritosissimo; ma appena si metteva dietro la macchina da presa cambiava completamente. Era un despota.

La tua grande chance avviene però in un film di Luciano Salce, Dove vai in vacanza?

Sì, è vero. Una grande occasione, un film importante con un attore importante come Paolo Villaggio che all’epoca era sulla cresta dell’onda. L’abbiamo girato in Kenya e dormivamo nelle tende; c’era Villaggio che aveva una paura tremenda degli animali e dei rettili, ricordo che mi faceva morire dal ridere. Salce era un personaggio straordinario, avrei messo la firma per fare tutti i suoi film.

Raccontaci qualche aneddoto di Dove vai in vacanza?…

Dopo Sanremo, fui chiamata dalla Cineriz per questo film a episodi dove, oltre al mio con Villaggio, ce n’era uno con Ugo Tognazzi e uno con Alberto Sordi: ti lascio immaginare l’emozione, mi tremavano le gambe. Il primo giorno che mi presentarono Paolo Villaggio naturalmente gli davo del lei e lui, da quel timido che era, perché fondamentalmente è un timido, mi dava del lei. Salce, che era anche un piccolo sadico, nel senso buono del termine, ci fece girare subito la scena d’amore nella tenda. E noi: «Ma come! Ci hanno appena presentati». Una scena, come si suol dire e per rimanere in tema, veramente fantozziana. Io che mi sedevo sopra di lui e gli dicevo: «Mi scusi se le vengo sopra ma me l’ha detto il regista» e Villaggio, più imbarazzato di me: «Non si preoccupi, faccia, faccia» (scoppia a ridere). Imbarazzantissimo. E Salce a urlare: «Su, datevi da fare… di più, di più». Un incubo (ride). Quella scena l’avremo ripetuta cinquanta volte prima di farla bene.

Qual era il tuo ruolo in Riavanti Marsh! e in La cameriera seduce i villeggianti ?

Una parte incredibile, nel primo film facevo la moglie siciliana (ride). Ero sposata a un siciliano, interpretato da Carlo Giuffrè, che un giorno viene richiamato al fronte e mentre è lontano sogna che io vengo inseguita da tutti gli uomini del paesino in cui viviamo. Una scena molto divertente. In quel film mi ricordo che Salce voleva che fossi sempre scollacciata per fare contrasto con le altre donne meridionali, tutte caste e pure e vestite di nero. La Cameriera seduce i villeggianti aveva un altro titolo durante la lavorazione… si chiamava, uhm… niente, non me lo ricordo. Sai, in queste produzioni i titoli cambiavano di continuo prima che il film uscisse nelle sale; ad esempio, La Compagna di viaggio in un primo momento doveva  chiamarsi Allegri compagni di viaggio, chissà poi perché li cambiavano così spesso. Comunque, tornando a La Cameriera seduce i villeggianti, si trattava di un filmetto mediocre, diretto da un certo Aurelio Grimaldi di cui ricordo veramente poco. Mi pare che nel film fossi la proprietaria di una locanda, ma non ci giurerei. Scusa.

Un film molto divertente, a mio parere, tutto giocato sull’ambiguità del mondo gay, era Scusi lei è normale? di Umberto Lenzi…

Sì, era un film simpatico che però non andò molto bene quando uscì nelle sale. Nel cast c’era un giovane molto bello che si chiamava Ray Lovelock e poi c’era Cerusico vestito da donna… che forza! (ride). Quel film l’abbiamo girato d’estate a Roma, in una mansarda di via Margutta dove faceva un caldo da impazzire, con tutti quei fari accesi.

E con Umberto Lenzi, il regista, come andò?

Lui, se non ricordo male, non era un regista di commedie, veniva dai film di guerra. Sul set aveva un carattere molto duro e trattava male un po’ tutti, noi attori e persino le manovalanze. Era molto pungente nelle cose che ti diceva e riusciva a ferirti. Nonostante questo carattere molto forte, devo dire che era un buon regista. Tra l’altro bisogna considerare il fatto che lui aveva girato con attori del calibro di Henry Fonda e George Peppard, grandi professionisti, e quindi esigeva molto anche dalle troupe italiane. Un attore che lì veniva fuori molto bene era Enzo Montagnani, con cui ho girato almeno tre film, che faceva la parte di un pretore fissato con la censura che poi si innamora di Cerusico/donna senza sapere che in realtà è un travestito. Povero Enzo, anche lui ci ha lasciato. Mi ricordo che Montagnani mi proteggeva sempre durante le sfuriate di Lenzi, che mi sbraitava sempre dietro dicendomi: «Questa scena l’hai fatta da cagna, da cagna!» e io mi intimorivo e, invece di farla meglio, la facevo peggio. Allora interveniva Renzo, che era una persona molto diplomatica e gli diceva: «Guarda che la ragazza è agli inizi, quindi vedi di darti una calmata». Ma io non me la prendevo più di tanto e alla fine i risultati c’erano, perché alla fine quel po’ di talento che avevi te lo tirava fuori. Io, tutto sommato, con Lenzi lavorerei ancora, perché quello era il suo carattere, lui era così con tutti, con l’attore e con la costumista, e alla fine te ne facevi una ragione perché la cosa che ti feriva di più era pensare: «Lui ce l’ha con me», ma quando ti accorgevi che non era vero allora tutto passava.

Parliamo di quello che per te so essere una “ferita aperta”, il film Play Motel. Raccontaci come sono andate veramente le cose su quel set.

Parlarne mi fa un po’ male perché sono stata veramente amareggiata da ciò che è accaduto. Ma procediamo con ordine, voglio che questa faccenda venga chiarita una volta per tutte in modo che poi non ci siano più equivoci. Io fui chiamata da Armando Novelli, un produttore romano, che voleva realizzare un film di spionaggio con delle sfumature thriller che si doveva intitolare, appunto, Play Motel; nel cast c’eravamo io e Ray Lovelock, una specie di coppia di investigatori che indagava su una serie di morti misteriose avvenute in un albergo ad ore. A dirigere era un uomo molto dolce e mite che, a conti fatti, rimase, se possibile, ancor più amareggiato di me e di Ray, si chiamava Mario Gariazzo. Bene, cosa è successo? La sera, dopo che noi avevamo finito le nostre scene sul set e ce ne tornavamo a casa, la produzione riaccendeva le luci e girava delle sequenze più forti con altri attori e altre attrici. Quando la cosa venne fuori, una settimana prima della fine della lavorazione, io Ray e Mario abbiamo abbandonato il set scandalizzati. Pensa che non ho neanche finito di prendere il mio cachet, perché, non so se lo sai, noi eravamo pagati settimanalmente. Pensavamo che il film non sarebbe mai stato ultimato e invece quei truffatori sono riusciti in qualche modo a cucire insieme le nostre scene con quelle girate ex novo.

In effetti il montaggio del film è molto raffazzonato e la storia fa acqua un po’ dappertutto.

La sfortuna è stata – ma secondo me più che di sfortuna bisogna parlare della furberia dei produttori che avevano previsto tutto – che avevamo girato già l’inizio e la fine, perché tu ben sai che un film viene girato a pezzi, e quindi in qualche modo l’hanno montato. Pensa che ho girato una settimana, otto giorni massimo e ho preso un terzo del cachet.

Parlaci ancora un po’ di Mario Gariazzo, il regista, una persona molto sensibile.

Mario è un vero signore, distinto, sempre in giacca e cravatta, molto comprensivo, chiedeva sempre se eravamo stanchi, se volevamo rifarci il trucco quando c’erano dei primi piani.

Ma come finisti in quella produzione?

Per colpa del mio agente romano di allora, di cui preferisco non fare il nome, di cui mi fidavo veramente e che invece era un millantatore.

Ma le attrici che hanno girato le scene più spinte, Marina Frajese e Patricia Webley, le hai incontrate sul set?

Assolutamente no, perché questi disgraziati giravano tutto a nostra insaputa, di sera, quando noi eravamo a casa nostra stanchi da una giornata di set. Pensa che questa Webley l’ho incontrata anni dopo in Sardegna e mi ha fermato salutandomi; io non avendola mai vista l’ho guardata stupefatta e lei mi dice: «Sai che io e te abbiamo fatto un film insieme?»; e io: «Ah sì? E quale?»; «Play motel»; «Disgraziata, ma allora sei tu quella che ha fatto quelle scene»; e lei, tranquilla: «Beh, cosa vuoi che sia».

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Quanto mi sono divertita su quel set con la Spaak, la Bonaccorti e Villaggio! C’era anche la Mazzamauro che ci faceva morire dal ridere. Abbiamo iniziato a girarlo a metà novembre e l’ultimo ciak l’abbiamo battuto il 24 dicembre, la vigilia di Natale. E’ durato cinque settimane. Mi ha fatto un enorme piacere ritrovare Paolo, dopo l’esperienza di Dove vai in vacanza? Lui devi sapere che ha dei capelli stupendi ed era un piacere accarezzarglieli e poi aveva queste guanciotte paffute che mi piaceva pizzicargli dicendogli: “Guanciotti paciocchi” e tutti giù a ridere. Quella frase era diventata un tormentone tale che alla fine Salce ha voluto che glielo facessi anche nel film (ride).

A un certo punto della tua carriera ti sei inserita nel cosiddetto genere scolastico della commedia scollacciata italiana. Quella prodotta in prevalenza dalla Dania di Luciano Martino, tanto per intenderci…

Sì, ho fatto alcuni film di questo tipo come La ripetente fa l’occhietto al preside con Lino Banfi e Alvaro Vitali, ma voglio precisare una cosa che secondo me non tutti hanno capito e per cui alla fine si è generata un po’di confusione come, ad esempio, nel programma di Gregorio Paolini, Malizie d’Italia. I film che ho interpretato all’inizio degli anni Ottanta erano molto diversi da quelli girati dalla Fenech o da Gloria Guida in precedenza. Non che i loro film fossero poi chissà che, ma i miei erano ancora più casti. Infatti all’inizio, quando la Dania mi cercò le prime volte, io rifiutai, ma poi alla fine mi fu assicurato che si trattava di commedie innocue, se vogliamo ingenue e persino stupide, ma non volgari. Le scene di nudo erano ridotte ai minimi termini e non c’era proprio niente di volgare. Infatti in quelle pellicole il massimo era il topless e, al limite, la classica scena sotto la doccia, ripresa quasi sempre di profilo e per pochi attimi. Per questo non accetto di essere definita un’attrice di film erotici. Ma purtroppo la stampa a volte è ignorante e giudica ancora prima di avere visto il film.

Hai mai provato imbarazzo spogliandoti sul set?

In quel periodo il nudo era parecchio casto, ed era importante poter mantenere un nudo ‘casto’, non come oggi in cui vedi di tutto. Nei film che ho fatto io la scena di nudo era un di più per dare un po’ di pepe alla vicenda comica, ma era un fatto talmente marginale che nei film non dava fastidio. La scena di nudo, infatti, era relegata a una manciata di secondi, perché se si insisteva troppo sull’aspetto erotico si perdeva l’intreccio comico che era veramente la punta di diamante del film.

Quando diventasti ‘il più bel seno d’Italia’?

Quando su Novella 2000, quella di Sandro Majer, apparve una mia foto in topless mentre prendevo il sole e il titolo strillava: ‘Ecco il più bel seno d’Italia’. Tra l’altro, proprio qualche giorno fa un critico ha scritto sul Giornale di Feltri che “il seno della Annamaria Rizzoli e il sedere di Nadia Cassini sono la prova dell’esistenza di Dio!”. Mi è sembrato esagerato, ma è stato comunque molto carino (ride). Ecco, Nadia è una ragazza che secondo me avrebbe potuto fare di più, poi chissà perché si è fermata. Io, devo dire la verità, mi sono fermata col matrimonio, ho rifiutato un sacco di cose perché volevo dedicarmi alla famiglia.

Ma il desiderio di calcare ancora il set non l’hai proprio più sentito?

Sai, poi il tempo passa… perdi i contatti e non hai voglia di rimetterti sotto. Chi te lo fa fare? E allora ti devono portare proprio una trasmissione che ti piace fare e servirtela su un piatto d’argento; perché se no anche andare, fare l’ospitata, stare tutto il giorno in studio, non è molto stimolante. Poi magari finisce anche che ti vedi solo per due minuti e non ti piaci neanche (ride). Non ha proprio senso.

È vero che per le sequenze, diciamo così, più audaci delle commedie scollacciate degli anni Settanta si usavano spesso controfigure?

Mah, non posso rispondere per le mie colleghe; per quel che mi riguarda  ho avuto delle controfigure solo in situazioni pericolose – mi ricordo che una volta dovevamo girare una scena in cui mi dovevo immergere e avevo una paura tremenda di andare sott’acqua, così il regista ha preso una stunt-woman al mio posto -. Per quanto riguarda le scene di nudo, lì non mi sono mai fatta controfigurare da nessuno perché, in primo luogo, i film erano talmente casti che non ce n’era bisogno e, cosa per me molto più importante, se tu prendi un’altra persona per girare delle scene che non hai il coraggio di fare, ma poi la gente pensa che sia tu a farle, allora non ha senso… allora lo faccio io.

Ti faccio questa domanda perché c’è una scena sospetta nel film L’insegnante al mare con tutta la classe, in cui Alvaro Vitali ti spia da un buco nella cabina sulla spiaggia, mentre ti spogli. Finché ti levi il reggiseno si vede chiaramente che sei tu; poi c’è uno stacco e si vede calare lo slip…

Non so, sai, se ero io o se a farmi da controfigura era sempre quella dell’immersione. Non mi ricordo bene; mi ricordo che ad un certo punto spruzzo la schiuma da barba nell’occhio di Vitali, e quella ero sicuramente io, del resto non mi ricordo. Però non mi pare si vedesse qualcosa… forse di profilo, non so!

Tra l’altro L’insegnante al mare con tutta la classe è il primo della serie di film che hai realizzato per la Dania. Come è stato il rapporto con Michele Massimo Tarantini, il regista del film?

Buono, anche se il primo giorno abbiamo fatto subito una litigata perché lui voleva girare una scena a Tirrenia, su una barca, e a me aveva preso una paura folle di cadere in acqua e affogare, così dopo vari battibecchi abbiamo girato con la barca sulla spiaggia ripresa solo per metà (ride). Una delle cose più divertenti di quei set era l’improvvisazione. Tu arrivavi sul set convinta di dover fare una scena e all’ultimo momento stravolgevano tutto. Banfi, poi, era un ciclone capace di inventarti interi sketch al momento. Una persona di un’energia inesauribile. Serissimo nella vita, ma appena calcava le scene non lo fermavi più. E’ lui l’autore di molti titoli, mi ricordo che Martino molto spesso andava da lui a chiedere consiglio. Con la Dania mi sembra di aver fatto solo due film.

Sì, uno con Tarantini e l’altro (La ripetente fa l’occhietto al preside) con Mariano Laurenti. Quali sono le differenze tra i due?

Tarantini era molto più aggressivo, puntuale… mentre con Mariano no, ti faceva fare, se gli dicevi che non eri pronta lui ti diceva di fare con calma, se non volevi un primo piano alle otto di sera perché sei distrutta non te lo faceva fare… e via dicendo.

Tra i due chi preferivi?

Sicuramente Mariano (sorride). E’ una persona di una delicatezza infinita, in un certo senso aveva lo stesso carattere affabile di Luciano Salce. Anche con Tarantini però devo dire che mi sono trovata bene. 

La compagna di viaggio, dove tu interpretavi il ruolo di una ladra che insieme a Gastone Moschin porta a termine un colpo miliardario sopra un treno, era un film mediocre, ma aveva un cast d’eccezione: tu, Annie Belle, Marina Frajese…

Sì, mi ricordo bene di Annie, era una ragazzina carina coi capelli neri tagliati corti, corti, corti. Mi pare che lei frequentasse la compagnia del Bagaglino, ma non mi ricordo bene. Mi ricordo bene invece di Gastone Moschin che è un attore bravissimo anche se in questo film era un po’ sprecato. Sinceramente non abbiamo capito dove il regista (Ferdinando Baldi, n.d.r.) volesse andare a parare. E poi che fatica girare su questo treno, stipati dentro questi compartimenti. Tra l’altro, anche i movimenti erano limitati. Sai la troupe è fatta di trenta persone quando è scarsa e doverti spostare in quei corridoi stretti è stato un incubo.

Tra l’altro, in una scena a Saturnia, in chiusura del film, mentre tu e Moschin state prendendo il sole, godendovi i soldi del furto, fa una genericata anche Moana Pozzi…

Ma va? Sai che non lo sapevo proprio. Poverina, mi dispiace che sia mancata così giovane.

Mi sembra di capire che il regista, Ferdinando Baldi, non ti abbia colpito più di tanto…

Ma no, lui è stato carinissimo, era una persona squisita. Però evidentemente il copione non aveva consistenza. Tra l’altro secondo me era anche sconclusionata la storia; io, devo dire la verità, non ho capito niente, l’abbiamo fatto effettivamente ‘sto colpo sì o no? E poi anche l’illuminazione che si può dare su un treno non è il massimo e alla fine nel film risultava una brutta fotografia.

E con Serena Grandi, che nel film interpretava una moglie vergine e virtuosa incapace di lasciarsi andare alle gioie del sesso anche con il legittimo marito, ti sei trovata bene?

Guarda, Serena se l’ho vista una volta al trucco è tanto, però devo dire che è una persona molto dolce e carina. Ma ti dirò che mi sono sempre trovata bene con gli attori dei miei film, sia donne sia uomini…

Mai uno screzio, una piccola antipatia… Non ci credo!

Beh, un po’ di incomprensioni ci sono state in Polinesia con Aldo Maccione. Lui mi faceva una corte spietata e un giorno mi rubò persino il passaporto e mi disse: «O tu ti fidanzi con me o ti lascio qui in Polinesia». Al che gli ho risposto: «Ma tu sei scemo!” (ride). No, ma al di là degli scherzi lui è un personaggio incredibile, sempre circondato da donne, pensa che da Parigi è partito con un harem. Otto donne sempre ai suoi comandi, uno sceicco, hai presente?, un vero e proprio sceicco (ride).

Viaggiavi molto per girare questi film?

No, non molto, purtroppo la maggior parte li giravamo qui in Italia. Ma mi ricordo che mentre ne giravamo uno in Grecia mi sono divertita da matti.

Una vacanza del cactus di Mariano Laurenti. In quel film c’era un grande Bombolo, cosa ti ricordi di questo ciclone della risata spontanea, scomparso così prematuramente?

La sua morte mi ha addolorato tanto. Bombolo era un personaggio speciale, di una dolcezza squisita e sempre pronto alla battuta, alla risata. Mi ricordo che sul set di Una vacanza del cactus io arrivavo la mattina – all’epoca ero proprio una ragazzina – senza trucco e ancora mezza assonnata e quando lui mi vedeva diceva: “Ammazzate, ma tu chi sei?”. E io: “La Rizzoli” e lui: “La Rizzoli… con quella faccia lì” (ride). Di Bombolo mi ricordo anche sul set di La Settimana bianca, girato in Spagna, dove c’era una scena in cui stavamo ballando e dovevamo prenderci a schiaffi. Bombolo e Cannavale si sono fatti talmente trascinare dall’euforia generale che regnava sul set che alla fine si davano delle vere ‘pizze’, come le chiamava Franco (Lechner, vero nome di Bombolo, ndr), una scena incredibile (ride). Poi, sai, la sberla era un classico di questi film; mi sembra ancora di sentire Mariano (Laurenti, ndr) che urlava: “… e menaje”. Sai, mi sono divertita talmente tanto a fare questi film che non so se la gente al di fuori può capire o se siamo riusciti veramente a trasmettere quell’aria di festa che regnava sui set. Vedi, durante le riprese di Dove vai in vacanza? c’era la tensione del film importante, l’emozione di recitare con un Villaggio, diretti da un Salce; quando abbiamo girato La Settimana bianca per noi è stato davvero una settimana bianca. Non era un lavoro, tant’è che durante il giorno spariva sempre qualcuno perché andava a farsi una sciata. Eravamo tutti affiatatissimi, una vera famiglia. E poi c’era Mariano che non si arrabbiava mai. Pensa che quando siamo partiti per girare non avevo neanche letto il copione, ero andata da Mariano e gli avevo chiesto com’era la storia e lui in due parole me l’ha raccontata (ride). Abbiamo girato anche a duemila metri, di notte, con il gatto delle nevi, un freddo che non ti dico. Mi ricordo che Sal Borgese, uno stunt-man, si era fatto molto male, era caduto sotto il gatto delle nevi.

Senti, abbiamo ricordato Bombolo, ma in questi film c’era anche una presenza fissa che si chiama Jimmy il fenomeno…

Non me ne parlare (ride). Me lo ricordo, me lo ricordo bene questo qui che baciava tutti in bocca… a me non l’ha mai fatto, per fortuna. Jimmy come ti vede tira l’occhio (si stira un occhio facendolo sembrare quello di un giapponese) per metterti a fuoco, dopo di che farfuglia il tuo nome agitatissimo e prende la rincorsa, ti salta addosso e ti bacia in bocca (ride). Ma il dramma è che lui bacia anche gli uomini, una volta l’ha fatto anche con un mio fidanzato che non se l’aspettava, è rimasto malissimo – io non l’ho più baciato per un mese -. Adesso so che sta bene, a volte quando esco lo incontro che si aggira per i locali e allora si siede e gli offro la cena. Fondamentalmente è un personaggio molto buono. Completamente folle, ma buono. Ripeteva in continuazione: «Come mi trovi? Pensi che stia bene? Se sto male mi viene a curare?». Una raffica di domanda di questo tipo in continuazione. Comunque dal vero lui è proprio così come lo vedi sullo schermo.

Ma qualche simpatico aneddoto su La Settimana al mare, invece non ce l’hai?

Fammi pensare… Ah sì, e come no. Quel film l’abbiamo girato a Bagheria in Calabria e non ti dico da quelle parti che aria tira. Un giorno mi ricordo che sul set arrivò un macchinone che non finiva più, ne è sceso un mafioso di quelli dei film, col vestito gessato. Si è avvicinato a noi e ha preteso di offrire lo champagne a tutti. Da allora ogni sera arrivava quando finivamo le riprese e via con caviale, aragoste, champagne… E chi aveva il coraggio di dirgli di no (ride).

Un altro grande attore con cui hai lavorato è Tomas Milian…

Io Tomas lo vedo come un grande attore drammatico, cui per un certo periodo hanno fatto fare una parte comica che però lo logorava, non gli permetteva di esprimere la sua bravura. Quando l’ho rivisto in Havana con Robert Redford, senza quella parruccona e quel trucco che lo rendevano finto, quasi di plastica, sono rimasta incantata dalla sua bravura. Ultimamente l’ho visto in Revenge con Anthony Quinn e Kevin Coster, è ingrassato tantissimo, ma, ragazzi, lavora da Dio!

Come era sul set di Uno contro l’altro… praticamente amici?

Molto professionale comunque, anche se il personaggio, secondo me, non lo stimolava eccessivamente e distaccato, gentile, ma preferiva stare starsene da solo.

Con Renato Pozzetto invece?

Lui è divertentissimo, c’è quella scena a letto che avremo ripetuta non so quante volte perché scoppiavamo sempre a ridere. Poi lui la sera mi telefonava e mi diceva: «Non ti sembra che sul set oggi si siano dette un po’ troppe parolacce? Sai, io ho fatto sempre film per famiglie e non vorrei..». L’indomani andava da Corbucci e gli chiedeva di non esagerare con le parolacce e Bruno gli diceva: «Non ti preoccupare, poi in doppiaggio le tagliamo tutte». Naturalmente non è stata toccata una virgola (ride).

E di Gianni Ciardo, un comico che non ha mai sfondato del tutto e che con te ha girato Il Sommergibile più pazzo del mondo, cosa mi sai dire?

Ah, Ciardo. Un tipo allampanato che viveva in un suo mondo astratto, che però, secondo me, se fosse finito in mano ad un regista che avesse saputo valorizzarlo avrebbe sfondato alla grande, perché aveva un senso del comico innato. Penso che a un certo punto la scelta di ritirarsi sia stata sua. Sul set di Il Sommergibile più pazzo del mondo all’isola del Giglio è successo di tutto, con questo sommergibile di polistirolo, un barca che era una bagnarola e entrava acqua da per tutto, i cavi elettrici ovunque, che rischiavi di rimanere fulminato. Un gran casino (ride).

Uno dei tuoi ultimi film è Attenti a quei P2

Un film che a me piaceva molto. Mi piaceva la storia che era ironica e veramente divertente. Un film intelligente e Pippo Franco una forza della natura… e poi è della Vergine come me (ride). Se proprio devo trovargli un difetto è, forse, che Pierfrancesco Pingitore, il regista, funziona più in televisione che non sullo schermo, perché al cinema ci sono tempi diversi. Però, ripeto, secondo me è un bel film.

Ma sono vere le dicerie secondo le quali Pippo Franco si senta frustrato per questo ruolo di comico e che in segreto recita Shakespeare, magari chiuso nel bagno?

Guarda, io di Pippo Franco ho notato questo; dopo una scena comica a differenza di un Banfi o di un Vitali, diventa molto serio. Però di questa storia di Shakespeare non ne so niente. Mi sembra un po’ esagerata!

Di Oreste Lionello e Giorgio Porcaro invece cosa ricordi?

Oreste Lionello secondo me è un attore talmente completo che potrebbe affrontare qualsiasi ruolo. Quando lo vedo recitare mi da questa sensazione: che sia sempre frenato, che dia un minimo delle sue potenzialità, perché forse non serve o per non sminuire gli altri. Lionello è un grande attore e la gente non se n’ è ancora accorta. Di Porcaro non posso dire altrettanto. Secondo me non sarebbe mai emerso. Non era quello che si dice un talento naturale e questo suo modo di parlare, che lui ostinatamente riproponeva anche fuori dal set, finiva per stancare alla lunga. Io con Giorgio Porcaro ho fatto, oltre al film di Pingitore anche una commedia dal titolo La Sai l’ultima sui matti? Uno che ci credeva molto in Giorgio Porcaro era il produttore Gianni Di Clemente. A lui Porcaro piaceva molto. Non è che c’abbia azzeccato poi tanto devo dire (ride).

Parliamo infine di questo film rimasto in edito in Italia e che hai girato per i francesi Le Boureau du coeur (L’Ufficio dei cuori) di Christian Jones…

Pensa che quando recitai con Strehler andammo a Parigi in turnè e la gente mi fermava per strada dicendomi quanto ero stata brava in quel film. Andò così: fui chiamata da Aldo Maccione, che in Italia, forse, non se lo ricordano più tanto, ma in Francia è una vera celebrità. La produzione era ricchissima. Pensa che il film è stato girato in due mesi quando noi al massimo ci avremmo messo tre settimane. Eravamo circandati da un lusso sfrenato. Sul set vigeva l’orario alla francese, il che vuol dire che si cominciava a girare a mezzogiorno. A Parigi io avevo solo quattro pose e ci sono stata quattro settimane. Una follia. Vestiti comprati nelle boutique più esclusive e poi regalati. In Polinesia aerei privati sempre a disposizione. È stata un esperienza stimolantissima, all’americana. Vicino a noi giravano L’Ammutinamento del Bounty con Mel Gibson e io quando potevo  andavo a curiosare sul set e ad assistere alle riprese. L’unico lato negativo, se così vogliamo dire, il comportamento di Maccione, che da sobrio è una persona squisita, ma basta che beva un pochino per trasformarsi completamente. Pensa che un giorno, senza motivo, ha afferrato un tavolo imbandito e l’ha scaraventato contro il muro. Non so cosa lo avesse fatto arrabbiare ma mi ricordo che impedì le riprese di qualsiasi scena per quattro giorni, in cui siamo stati tutti a prendere il sole aspettando che gli passasse.

Fu l’ultima tua esperienza cinematografica?

Sì, dopo ho fatto un paio di sceneggiati e nell’85-’86 ho fatto quaranta puntate di Il Cappello sulle ventitrè con Maurizio Mosca, il sabato sera. Mi ricordo che una sera Maurizio ha insistito perché venisse in studio anche il mio fidanzato e futuro marito per fargli un’intervista.

Tra tutte queste esperienze non c’hai parlato di quella canora, io ho un vecchio 45 giri tuo che si intitola Dammi…

Oddio! È vero, che memoria… cantavo con una vocina… Nella mia vita ho anche cantato, ma dopo quel 45 giri ho interpretato anche altri pezzi, sicuramente più belli e validi, alcuni li ha scritti per me addirittura Malgioglio. Mi cercò un certo Andrea Lo Vecchio della Durium, mi voleva a tutti i costi, anche se continuavo a ripetergli che non potevo cantare perché ero stonata. Lo Vecchio insistette così tanto che alla fine accettai e con le sue indicazioni riuscii a diventare anche bravina. Dopo Dammi però, ne ho fatto anche altre più belle come Succo di sangria (che era una canzone di Henry Bellafonte tradotta in italiano) o Jambo buana.

Ma di questi brani non esistono i dischi?

No, perché erano registrate solo su dei nastri che io d’estate usavo quando andavo in giro con il mio spettacolo. Ballavo con questi quattro ballerini che mi seguivano e intanto cantavo queste canzoncine… ovviamente in playback. Era anche quello un periodo molto bello, facevo quaranta o cinquanta serate tra luglio e agosto… mi divertivo come una pazza!

Parlaci delle tue esperienze teatrali…

Ho fatto per due mesi una commedia con Walter che si è interrotta perché lui ha deciso che non aveva più voglia (ride). Con Strehler è stata invece una delle esperienze più elettrizzanti di tutta la mia vita. Per quello spettacolo mi sono preparata un anno intero.

Quando è iniziata la tua avventura con Strehler?

Allora, fammi pensare… Ho fatto teatro con Strehler nel 1986 perché poi nell’87 mi sono sposata e l’ho fatto ancora per un anno.

Immagino che lavorare con Strehler sia stata un’esperienza faticosa…

Altro che! Pensa che dopo una settimana di lavoro intensivo mi sono dovuta fermare qualche giorno perché avevo trentanove di febbre… mi si era irritata tutta la gola, non ero abituata a quei ritmi. Poi, sai, era impostato tutto su me e lui, lui e me. Strehler comunque era un genio. Un personaggio con un carisma eccezionale, lavorare con lui era gratificante ed è anche per questo che alla fine non ho più voluto tornare al cinema e alle ‘mie’ commedie. Sentivo che dopo quell’avventura non mi avrebbero dato più niente dal punto di vista professionale e ho preferito rinunciare. Ho preferito, come si suole dire, chiudere in bellezza.