Immondovisione

L’importante è dare al Masoch che sonnecchia in ogni fruitore la sua corposa dose di sprangate
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Alle soglie degli anni ‘90 fiumi di nastro magnetico hanno in diversi formati consumato le testine di milioni di videoregistratori. È l’epoca in cui i tossicomani dell’immagine possono concepire il cinema nella comodità di casa propria: col minimo sindacale tecnico per montare mixare e duplicare alla mano, una fotocopiatrice e una discreta quantità di tempo da perdere ed è possibile creare da casa propria uno shockumentary su misura lavorando di carta forbice e colla: il franchise, il merchandise e il culto saranno conseguenza. Con due vcr e 1 mixer scalucco, Damon Fox rastrella il peggio che mondos vecchi e nuovi e la nascente real tv ci hanno via via scodellato e vara la saga di Traces of Death, una pentalogia che fa dello sciacallaggio e del riciclaggio la propria colonna portante, e dell’aggiudicarsi il podio nelle Olimpiadi del Male la sola ragion d’essere. Lungo gli 80’ circa di ciascun capitolo Fox non si pone problemi di copyright o di originalità e va avanti indomito nel suo slalom sulla pista nera, affastellando sequele di suicidi, incidenti, torture animali scippate senza criterio né ritegno da True Gore, Death Scenes, The Shocks, Death File, Faces of Death, alcuni oldies but goldies nostrani come i traumatizzanti cambi di sesso di Tomboy di Claudio Racca o di Noi e l’amore di D’Agostino e il clamoroso falso di Pitt Doenitz di Ultime grida dalla savana; e chissene se il frappé non propina niente di inedito, uno sprovveduto di primo pelo che non ha mai sentito nominare i Castiglioni né abbia idea di chi sia Budd Dwyer si trova sempre. Deja-vu o meno, è il colpo di maglio che conta.

L’importante è dare al Masoch che sonnecchia in ogni fruitore la sua corposa dose di sprangate, con un blob che riprova come niente più della morte beneficia di una grandissima potenza tautologica e quantistica, della quale, considerato il numero dei capitoli e relativi best of, il destinatario sembra non essere mai sazio, quasi che la posta in gioco sia una deliberata desensibilizzazione e perdita di coscienza della morte stessa. E se la BBFC bannerà il film “per non aver alcun intento giornalistico, educativo, scientifico né alcunché che possa contestualizzare o giustificare il mostrato”, tanto meglio, garantirà il buzz necessario ad allargare le vendite (filtrate dalla casa distributiva Brain Damage) dei prossimi 4 exploits, che saranno, nemmen dirlo, sempre più barbari. La sola novità della serie, via via che si scala la cinquina, la costituirà l’uso straniante ma a suo modo centrato che viene fatto della musica: dal secondo episodio in poi, quasi a volersi accaparrare i cultori dell’area trashmetal-grindcore-industrial, lo score cacofonico andrà a occupare quello spazio che nemmeno un decennio addietro era destinato a commenti pseudo-scientifici o para-antroposofici di più o meno gretta lega, licenziati per sempre da colpi di bordate death-metal e della più pesa power electronics, e i fans di un contesto musicale spesso nutrito (o trasceso) dal macabrismo di routine son serviti. L’approccio prospettico è definitivamente tramontato, ad ammantare tutto è un buio più insondabile di una notte senza stelle.

Chi invece, per il proprio esclusivo tornaconto e spasso, non rinuncerà all’originalità e al commento, sarà Todd Tjsersland, che lancerà sul mercato la propria serie Faces of Gore garantendo materiale esclusivo, inedito e mai visto, e mettendo tanto di esponenti sull’approccio sardonico e canagliesco di Cazazza, con un modus commentandi che apertamente sfotte e denigra sadicamente il mostrato (che sarà anche inedito ma è sempre la stessa pappardella), un atteggiamento cazzone e strafottente non dissimile dall’approccio fanzinaro di pubblicazioni come quelle di Full Force Frank o Murder can be fun, che se da una parte vorrebbe porsi sin dal titolo come un’ideale crasi di Faces of Death (del quale non manca nemmeno la controparte del Dr. Gross, ribattezzato Dr Vincent Van Gore!!) e True Gore, dall’altra finisce col risultare una sorta di Paperissima versione deathumentary (con tanto di suoni addizionali da cartoon Hanna & Barbera), come dire «massì ridiamocela che tanto a morire sono sempre gli altri, e se ne può ridere fintanto che non capita a te (ma ricorda che nel prossimo di questi video potresti esserci tu)», con buona pace di chi parla di abreazione nell’assistere a simili derive pornografiche. E stiamo parlando di un crasso umorismo sistematicamente applicato a vere scene di aborti clandestini o di cadaveri di infanti pescati da un fiume, o di uomini sbocconcellati dai piranha. Alla faccia dell’est modus in rebus: ma commento o non commento, approccio o non approccio, ormai la rappresentazione è uno scudo di cartone bagnato per prodotti simili ed è cosa davvero curiosa che il pedigree del regista annoveri anche un’attività da f/x maker e opere di fiction come le horror-comedy Midnight Movie Madness e Necro Files 2 o l’action Misled, che precedono e seguono il trittico, cosa che tradisce come e quanto sul sistema della rappresentazione il nobiluomo si ritrovi con le idee un po’ ingarbugliate.siamo in

Peggio ancora saprà spingersi l’Italia, che avrà nell’incommentabile Mondo Boiazzo dello Zio Tolo il suo shocku fatto in casa a budget sottozero: uno stralunato elogio del sudiciume e dell’high dementia che si barcamena tra l’incudine di una becera goliardia da caserma/asilo e il martello di input tanatofilaidi, passando per la sporcizia di sapore zeddiano e un preoccupante infantilismo da irrisolta fase anale. Un’eterogenea raccolta di materiali di dubbio gusto –per ¾ proletariamente espropriati – musicati da alcune formazioni della scena underground tricolore (Atrax Morgue, Colloquio, Lunus, Ataraxia, Cupio Dissolvi: chi più chi meno avranno tutti di che rimostrare che se avessero saputo per quale esito finale erano destinati i brani avrebbero ritirato la firma o non concesso delibera d’uso), montata alla bona de dio e inframmezzata da momenti che, più ancora che in Siamo fatti così: aiuto! di Gianni Proia, paiono voler mandare in rotta di collisione il mondo movie e Arrapaho, disvelanti l’anima cialtrona e trashacchiosa del tutto: a feti sotto vetro si alternano pernacchie e peti in gran spreco, scene di gente che si scaccola sono seguite da cisti ovariche asportate, una tremenda (soprattutto per prolissità) operazione al ginocchio ha come score la main theme di 007, interviste casalinghe allo scemo del villaggio sono seguite da angoli della poesia macabra da quadrupla overdose di Ace Gentile e skate-clips (boh…), a pseudo-snuff fatti nel garage di casa propria con 10mila lire di fondo cassa si succede la più allucinante clip del lotto: una deiezione coronata da un’eiaculazione (sopra il prodotto interno lordo). La classe non è acqua, e quale migliore allegoria del rapporto tra autore e fruitori, nevvero? I soli istanti di sincero e vivo interesse sono gli interstizi tra un fotogramma e l’altro.

In medias res, più contenuto e diciamo così beneducato sarà l’atteggiamento di Banned from television (da non confondersi con Banned in America, antologia trucidissima più vicina alle produzioni di Fox) di Daphne Small e Mark Rousso, che raccolgono il catastrofico lascito che da Gualtiero a Conan ci dice e ripete ogni 2×3 che siamo agli inferi, ma a differenza di Jaco e Schwartzy sbatte in faccia l’assolutamente vero, senza più manipolazioni di sorta, apparecchiando lo schermo con tutto quanto l’aureola santificatrice della real tv non osava (ancora) scodellare: nell’era delle handycam divenute protesi dei popoli, le captures estemporanee di qualsivoglia cosa si ammassano incontrollabili a tonnellate, in attesa del web che faccia da loro ideale centro di smistamento e discarica planetaria, e non c’è più bisogno di bluffare come di doversi sottoporre a mamma censura. Da quel vespasiano dello sguardo che è la tv il duo ottimizzerà l’abuso della moviola per dare al curiosone il brivido del meglio di un uomo morto. Un decor di figurine Liebig del disastro, spacciato come il cuore pulsante di un pianeta moribondo, magari con toni da cimiteriale Striscia la notizia. Insomma, un Le facce della morte coca-light, che beneficia di commento didascalico e insolitamente sobrio. Suo prozio è il dittico di Inhumanities, da cui vengono alcune clips: siamo sempre al video-patchwork elaborato col mindset di un necroforo, a una rudimentale produzione straight-to atta a rendere il teleschermo un obitorio planetario e il fruitore uno psico-becchino. Giostrato come un lungo tg a briglia sciolta con tanto di descrittiva telecronaca neutrale, lascia interdetti il sciorinare l’umano troppo umano a colpi di Bach, Wagner, Schubert (cavalcata delle Valkirie per il Vietnam, l’Ave Maria per Hiroshima), per schermare un manifesto compiacimento e fingere di nobilitare la più vile e plebea delle forme di spettacolo.

Nella pratica dello shockumentario fai da te, i giapponesi furoreggeranno più di tutti con video quasi sempre di anonima fattura: per quanto ora del tutto obsolete in fatto di logiche di mercato nell’era di un Ogrish che a portata di clic ne uccide più del vaso di Pandora, le serie The Shocks, Death File, Death Woman, Junku o Death Body concentreranno esponenziali mostruosità a uso e consumo di chi ha un immaginario totalmente immerso nella putrescina e vanta di conoscere a menadito le summenzionate antologie di Fox e Tjserland ma chiede sempre più. Venendo del tutto meno un filtro diciamo così culturale, la differenza nell’identico è ormai sovrana: la solita panthalassa di cadaveri smembrati e mutilati in tutte le salse e minestre, corpi divelti, liquefatti, carbonizzati, mutilati, volti spappolati ed enfiati, deformità fisiche di ogni qualità e livello, incidenti domestici e stradali, suicidi, cani uccisi a bastonate e cucinati, feti clandestinamente abortiti, autopsie, neonati deformi, tratta dei minori, siparietti d’urocoprofagia e via orripilando: una puntina che si incanta sul disco della carne esanime e devastata, un incubo didascalizzato a bella posta da excerpts del Libro tibetano dei morti e da cori gregoriani che sanno di beffa aggiunta al danno, con l’atroce e l’obitoriale che tutto egemonizzano in un impietoso necrozapping per il ludibrio del tanatomane più irriducibile che fomenta il gran bazar del rigor mortis venduto molle d’oro sotto banco.

Bazin è costretto ad alzare bandiera bianca, e i Lumiere pure: se la magia del cinema sta tutta nel distrarre dalla realtà grazie a una realtà parallela che contraddice quella analogica, la magia nera di una realtà che ti viene costantemente raddoppiata, ricordata e rimarcata non la si può più chiamare cinema: la morte al cinema è anche la morte del cinema, e di chi per lui, studiosi in primis: tutti i giochi critici son chiusi a quadrupla mandata. Lo shockumentary ha nei confronti della necrosi planetaria un approccio parnassiano. La morte è apodittica e davanti al volto di una ragazza semi-schiacciato dal pneumatico di un tir e mezzo spalmato per strada non sono ammesse repliche altre da quelle sensoriali. Non c’è più alcun discorso da fare, c’è solo da continuare a vedere o spegnere. Proprio come davanti a un extreme bukkake party da 300’, ai due Squirmfest, all’invereconda serie dei lethal pressure o a Jackass. Per chi ama interrogarsi  sui limiti del panvisibile, quest’ambito è il capolinea che dove forma e struttura sono schiacciati uno via l’altro sotto il tacco. Per il paravento semantico non c’è più posto né scampo. Il re morte è nudo. La sola considerazione in esergo possibile è che quale che sia l’approccio con cui ci si volge a sta roba, il limite davvero estremo viene toccato solo nel guardabile, ma mai nell’esperibile, dato che la morte è, finché si è in vita, ineffabile e non c’è dunque video che possa comunicarcela se non in quanto degrado terreno. E’ un’espediente troppo facile per tenere in ostaggio l’osservatore, e il vero, insuperato scandalo continua a essere quello della nascita. In tal senso spetta a Tsurisaki Kiyotaka dichiarare il jolly: i suoi Junk Films sono stati espressamente concepiti per manifesto divertimento e ardore necrofilo. E’ lui stesso a dircelo in sede d’intervista: per spasso li ha fatti e a chi cerca spasso e soddisfazione in un intendimento necrofilo della vita li destina. Non si cattura più per caso l’incidente con l’handycam, ma si esce di casa alla ricerca di drappello di persone sulla scena del crimine o dell’incidente per poter zoomare sulle loro sparpagliate spoglie. Una preterintenzionalità finalmente ammessa con orgoglio, che affossa chi ancora cerca assolutorie giustificazioni al proprio voyeurismo. Da qui a toccare il vero fondo e riprendere un omicidio per mero diletto il passo sarà, come vedremo, brevissimo.