Giò Stajano

La contessa Pirandelliana
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Solo Almodovar potrebbe fare un film paradossale ma commovente su Giò Stajano. Nei Super fascisti anni Trenta era il nipotino prediletto del segretario di partito Achille Starace e poteva diventare solo il simbolo della maschia gioventù fascista, ma il destino lo tramutò nel primo cortigiano “capovolto” d’Italia e del jet set della dolce vita romana. Giò Stajano festaiolo di professione, e maestro di giochi di parole e di scherzi salaci ai politici.
Un rampollo di una nobile e agiata famiglia, stupirebbe Pirandello con le sue “vite”: nei Sessanta divenne pittore di grido, scrittore scandaloso di successo, giornalista, mondano per eccellenza in una Roma Felliniana, ma anche attore caratterista con personaggi del calibro di Totò, Tognazzi e Aldo Fabrizi, per citarne alcuni. Nei Settanta divenne redattore delle prime riviste per soli uomini. Toccati i cinquant’anni, fece un viaggio a Casablanca e divenne donna anatomicamente e anagraficamente. Precisamente una biondo-rossa esplosiva fotografata anche su diverse riviste osè. In seguito, ormai donna vissuta e appetibile, si dedicherà nell’agiato quartiere dei Parioli, per alcuni anni, a una attività che lei definì semplicemente come “operatrice sociale in campo sessuale” per abbienti. Per coronare il suo viaggio arrivò una conversione cattolica e il ritorno a San Nicola in Puglia, in povertà, come una suora laica consacrata, assistita da amici sinceri e, forse, finalmente serena. Ironicamente disse «Per mio nonno Achille Starace è stato meglio essere fucilato a Piazzale Loreto che morire sapendo della mia sessualità».

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La sua vita fu una tempesta continua. Da studente universitario di lettere e filosofia sbarcato a Roma dalla amata Puglia, passò a essere pittore e pupillo di Novella Parigini, regina assoluta di via Margutta e del jet set romano e hollywoodiano. Giò, raffinato aspirante pittore, conobbe De Chirico, Moravia, Guttuso, e poi frequentò pure, tra una festa e l’altra, il Centro di Cinematografia di Roma. Novella Parigini intuì la stoffa del “signorino Stajano“ e il suo potenziale pubblicitario sui media del tempo e per anni fecero coppia fissa sui rotocalchi e quotidiani tra bagarre e scandali. Intanto uscì il suo libro Roma capovolta che creò il termine “capovolto” come sinonimo di omosessuale. Il testo fu un ironico e feroce resoconto delle sue notti improntate alla vita del “terzo sesso”, a Roma, in cui coinvolse sotto “maschere” molti personaggi noti. Lo scandalo fu enorme e il libro condannato al rogo dalla censura democristiana. Per molto tempo i suoi libri furono disponibili solo all’estero mentre in Italia venivano messi regolarmente sotto sequestro: a Roma capovolta, seguì poi Meglio l’uomo oggi cambiato poi nel più mite Meglio l’uovo oggi e Roma Erotica.

Ormai celebre, di lui parlavano anche i videogiornali dei Sessanta come di un personaggio dibattuto e totalmente inedito in un’Italia nella quale Pasolini e Visconti mai si dichiararono. Nel 1961 scoppiò lo scandalo dei “balletti verdi”, una storia di corruzione di minore che coinvolse aristocratici dell’ambiente bresciano e Giò Staiano venne convocato dai magistrati come consulente. Lo scandalo dilagò in tutta Italia Lui arrivò in tribunale accolto come una star tra i flash dei fotografi, in quanto esperto “dei vizi umani”. Giò pensò, abilmente, di sferruzzare in aula, nelle pause, un maglioncino, col visibilio dei fotografi, dimostrando di conoscere alla perfezione la macchina pubblicitaria. Tra Giò e i suoi compagni della dolce vita, Novella Parigini in primis, ma anche aristocratici, nottambuli, attricette, aspiranti attori, giornalisti, era una gara a chi creava lo scandalo più risonante sui giornali: lui scelse la chiave dell’amoralità, avendo pochissimi concorrenti, data l’epoca bacchettona. Sullo stile: “dopo di me il diluvio”.

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Giò rivendicò sempre negli anni di essere stato il primo a farsi fotografare con la Parigini in un bagno notturno nella fontana di Trevi, immagine da cui Fellini trarrà ispirazione per La dolce vita. Ovviamente Fellini sceglierà proprio Giò per recitare ”il capovolto” nel suo film eterno su Roma, un giovanotto ossigenato che ronza nelle feste soave, un ganimede a suo modo innocente e ciarliero in una selva di personaggi stravaganti e annoiati. Giò stesso disse dei suoi periodi più mondani, senza reticenze: «Il bisogno di esibirmi ha mosso tutta la mia vita: non ho mai agito per convinzione, ma per apparire». Divenne persino spia contro il potere: il giornale Lo specchio lo inviava negli alberghi dove alloggiavano i politici per poi accostare i due nomi e screditarli, il politico e il capovolto. Giochi politici, bagarre, scandali e paradossi: questa fu la sua vita nei Sessanta.

In quegli anni, il suo maestro di dissolutezze e amorazzi fu proprio un politico, l’onorevole monarchico Cicerone detto “zia Vincenza”; in una ricerca continua di attraenti principi azzurri che all’alba divenivano o sfruttatori o avventurieri cinici incapaci di accettare le loro pulsioni e che sceglievano puntualmente una compagna e una vita regolare. Anni fa, conscio di essere stato un innovatore di costume, in un’intervista televisiva disse provocatoriamente che i movimenti gay che oggi pullulano all’epoca sua erano solo due: “l’ ancheggiamento e lo sculettamento”. Non vorrà mai partecipare a nascenti associazioni LGBT ma volle sempre interagire, anche artisticamente, soprattutto con il mondo non capovolto, non facendo parte di nessuna associazione. Proclamandosi sempre l’unico “creatore di autostrade che percorrono tutti” grazie a lui. Per lui, la battaglia vera era in mezzo alla gente di tutti i giorni, di tutti i ceti, da fare senza cortei ma con intelligenza e brio. Entrò, infatti, in tutti gli ambienti, e fu amato per il suo estro e la sua ironia incredibile. Un Oscar Wilde controcorrente e poco influenzabile ma che ci lascia dei libri veramente incredibili. Ancora attualissimi per acume, ironia e sagacia.

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I tempi cambiarono velocemente e lui si reinventò come redattore di riviste sexy, alternando con ruoli cucitigli addosso, nel cinema: con  Steno, Corbucci, Risi, Sordi, Pingitore e continuando a tenere rapporti col mondo letterario. Milena Milani e Alberto Moravia apprezzarono sempre la sua compagnia e la sua pittura che apparve sempre più sicura tra l’onirico e il simbolismo. Scrisse pezzi di costume meravigliosi per Lo Specchio, Momento Sera e Stop. La sua rubrica “Il salotto di Oscar Wilde” rimarrà scolpita nei Settanta, uno spazio dedicato al mondo del terzo sesso su un giornale come Men; una pietra miliare di umorismo e intelligenza, doti che Giò poteva esportare ampiamente sia nella pittura che nella scrittura o nel cinema. Nei suo rapporti con gli uomini, scelti spesso per bellezza e mascolinità, ebbe non poche delusioni e questo lo portò a una grandissima insoddisfazione e ad indagare e progettare soluzioni e habitat diversi rispetto al suo stato anagrafico. In Uno nessuno e centomila di Pirandello l’elemento disturbatore è un banale e innocente commento pronunciato dalla moglie del protagonista riguardo al fatto che il suo naso penda un po’ da una parte. Da questo momento la vita del protagonista cambia completamente, poiché Gengé si rende conto di apparire al prossimo molto diverso da come egli si è sempre percepito. Così decide di cambiare radicalmente il suo stile di vita, nella speranza di scoprire chi sia veramente, e a quale proiezione di sé corrisponda il suo animo. Nel processo di ricerca per trovare sé stesso compie azioni che vanno contro a quella che era stata la sua natura sino a quel momento. Come il personaggio pirandelliano, anche Giò ebbe problemi inizialmente col proprio naso e a fine anni Sessanta se lo rifece. Da imponente e borbonico gli fecero un nasino alla francese, ma non bastò per far tornare le feste della Dolce vita, né per incontrare principi azzurri disinteressati e convinti dei loro sentimenti.

Sui cinquant’anni, ritiratosi a Sabaudia a dipingere, decise di fare un lifting totale del viso e poi si lanciò nell’avventura, nuova e bramata intimamente da sempre, di “essere una donna”. Andò a Casablanca dal celebre dottor Bureau e ritornò in Italia come una donna formosa e vistosissima. E abile come era nella pittura divenne esperta in make up. Sua madre, personaggio cardine della sua vita, la chiamò finalmente per la prima volta “figlia mia”. Ma gli amici veri dello scrittore/pittore/attore dicono che il mondo dello spettacolo e della cultura che agli albori lo accolse in seno con entusiasmo, mostrò un forte ostracismo verso questo cambiamento così vistoso: fu messa da parte proprio dal mondo che l’aveva accolta in passato. Pare che il mondo dello spettacolo dove la diversità è spesso la norma, avesse, a sua volta,  forme sotterranee di discriminazione ancora negli anni Ottanta. Come se questa donna imponente bionda platino, truccata e iperfemminile, facesse paura per la sua determinazione e il suo cervello. O forse per i segreti che conosceva di alcune celebrità. Una creatura coraggiosa, inquieta imprevedibile e dai molteplici talenti, coltissima e a suo modo un “assoluto naturale”. Giò poteva parlare e scrivere correntemente anche in greco e latino. La sua biografia La mia vita scandalosa pubblicata da Sperling Kaupfer la portò a presenziare ad una puntata memorabile del Costanzo Show mandando in visibilio il pubblico con i suoi racconti esilaranti dei suoi flirt con belloni sconosciuti o conosciutissimi come Rock Hudson. Il personaggio, nonostante l’acume e l’irresistibile comicità, era avanti di almeno dieci/quindici anni rispetto alle odierne Vladimir Luxuria e Platinette.

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Giò, a un certo punto, a metà anni 90, lasciata l’attività di intrattenitrice per abbienti ai Parioli, e stanca di Roma, si ritirò a San Nicola a dipingere e a dedicarsi alla chiromanzia. Una notte progettò il suo rientro sulla stampa: “La prima transessuale che diventa suora” voleva che titolassero i giornali. Pur non essendo lei mai stata attratta dalla religione cristiana quanto piuttosto dagli idoli pagani. Tramite conoscenze riuscì a entrare in un convento piemontese, ma in attesa della consacrazione come devota si accordò per lo scoop con un giornalista e un fotografo per un grosso rotocalco italiano. Ma come una bambina angelica, d’improvviso, si pentì del suo piano, pianse e confessò tutto a una suora, che le fece capire che era  cosa buona il pentimento e che il Signore la stava monitorando. E le disse di far pure le foto, perché questo esempio di pentimento e conversione era una cosa molto bella. Da allora la Contessa Gioacchina Briganti di Panico divenne una donna toccata dalla luce di Dio e, nonostante grandi rovesci economici, mantenne salda la sua fede, abitando in San Nicola in povertà e in devozione, con accanto pochi amici fedeli e nel rispetto di tutti,, dipingendo stupendi quadri sulla natura e sul sacro. Buttafuoco, Chiambretti e Bonolis hanno lottato per aver questo incredibile personaggio italico in televisione negli ultimi anni. E lei, quasi ottantenne, sempre tagliente e ironica, soave e profonda, si concesse con parsimonia. Conscia che le sua battaglie infinite l’avessero tramutata in un simbolo di primigenia libertà e di artisticità insieme.

La città di San Nicola le ha dedicato diverse serate e riconoscimenti. Al Love film Festival di Torino c’è un premio intitolato Giò Stajano. Willy Vaira uno scrittore (Diverso sarà lei di Manni Editore) che le è sempre stato accanto spera di poter riportare alla luce il libro Roma Capovolta, un opera di grande valore sociologico e intrisa di sarcasmo e sagacia. Willy Vaira con Giò Stajano ha scritto un libro intervista meraviglioso Pubblici scandali e private virtù dalla dolce vita al convento edito sempre da Manni Editore, dove si ripercorre a due mani la navigata esistenza di uno dei personaggi più rappresentativi delle odierne battaglie di molti e molte, battaglie giocate con ironia e intelletto. La figura di Giò Stajano verrà riscoperta e analizzata molto presto da più angolazioni artistiche, come una pietra miliare e preziosa del costume italiano. Giò forse ne sarebbe fiera ma ironizzerebbe anche nel venire considerata un outsider o una totalitarista dell’essere. Forse si sentirebbe più a suo agio nell’essere considerata una novella Madame Pompadour.