I Mille Occhi Festival

XVII edizione: Corpo, sguardo e silenzio
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Il festival I Mille Occhi, giunto alla XVII edizione, apre con un’anteprima a Roma l’11 e 12 settembre, presso il Cinema Trevi – Cineteca Nazionale, per proseguire dal 14 al 20 a Trieste, al Teatro Miela. Tra gli ospiti la star internazionale Senta Berger e il regista Eckhart Schmidt. Omaggio a Franco Basaglia nel quarantennale della legge 180 e seconda parte del percorso sull’avanguardia serba e croata. Premio Anno Uno al regista giuliano Franco Giraldi, acuto lettore della migliore letteratura europea che si è mosso al confine fra spaghetti western, commedia all’italiana e serialità televisiva. Un’occasione per scoprire il cinema più vitale e fiammeggiante, fra passato, presente e futuro. Proiezioni e incontri a ingresso libero.

Corpo, sguardo e silenzio è il titolo della XVII edizione, che rende omaggio a Franco Basaglia e che dichiara fin da subito i poli dialettici intorno a cui si articola una proposta di visioni fuori dagli ordini costituiti. Il festival propone come di consueto un ricco programma articolato tanto in proiezioni quanto in incontri esclusivi con registi e attori, tutti a ingresso libero. Il programma è inoltre accompagnato da un catalogo di documentazione bilingue, in italiano e inglese, con materiali informativi e saggi originali. Il festival rinnova anche quest’anno la sua missione di ricerca e scoperta sul cinema più vitale e stimolante, con un approccio a tutto campo che coniuga i film del passato con quelli del presente. In una prospettiva allargata che supera i limiti dello storicismo e dell’estetica del consenso, il pubblico si trova così davanti a un programma espanso che permette di accogliere e apprezzare la prorompente vitalità dei classici del passato e al tempo stesso di inquadrare in una fertile prospettiva cinefila le opere più stimolanti del nostro presente. Questa vocazione è resa possibile grazie alla collaborazione con autori e produttori, ma soprattutto con i main partner istituzionali La Cineteca del Friuli – Archivio Cinema del Friuli Venezia Giulia e Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, che consentono peraltro di proiettare la massima parte dei film in programma nei formati originali, preservando quell’attenzione e rispetto per il 35mm che è una delle eccellenze del festival (non solo a livello italiano).

Seguendo la propria vocazione per la contaminazione senza confini fra arti e linguaggi, il festival ha scelto di consacrare quest’anno il Premio Anno Uno all’opera di Franco Giraldi, regista di origini giuliane che nel suo cinema si è continuamente interrogato sul concetto di frontiera, evidenziando un pluralismo di identità che eccede qualsiasi univocità nazionale e nazionalistica. La sua produzione, che spazia dall’eurowestern postmoderno di Sugar Colt fino alla commedia all’italiana più “d’autore” (La bambolona, Cuori solitari), è stata infatti capace di tradurre sul piccolo e grande schermo anche le atmosfere e i personaggi di grandi narratori di livello europeo come Joseph Conrad (la miniserie televisiva Il corsaro), Pier Antonio Quarantotti Gambini (La rosa rossa) e Mario Soldati (La giacca verde). Con Un anno di scuola e La frontiera, Giraldi ha inoltre raccontato Trieste e la Dalmazia fra le due guerre mondiali, inquadrandole come terre di mezzo in cui la storia del Novecento ha messo alla prova le radici spirituali di una cultura cosmopolita. A presenziare la premiazione, oltre allo stesso regista, sarà presente come ospite l’attrice Senta Berger, star internazionale amata da Sam Peckinpah e Dino Risi, protagonista di Cuori solitari e La giacca verde.

L’omaggio a Giraldi si inserisce in un più ampio percorso pluriennale di rilettura e attualizzazione del grande cinema italiano del passato, che in questa edizione ruota intorno al ’68, anno cardine celebrato senza museificazioni con i sorprendenti film di Pietro Germi (L’immorale, Le castagne sono buone), Vittorio De Seta (Un uomo a metà) e Giorgio Bianchi (Assicurasi vergine), di cui si riscoprono corrispondenze segrete e inattese con registi come Marco Ferreri (L’harem), Carmelo Bene (Don Giovanni) ed Ermanno Olmi (Un certo giorno). Tutti autori su cui il festival svolge da anni un lavoro costantemente in progress, valorizzandone i lati meno studiati attraverso accostamenti e scelte di programmazione al di fuori di qualsiasi accademismo, nella convinzione che proprio liberandole da inutili classificazioni si possa finalmente cogliere al meglio la grandezza di queste opere da riscoprire.

La vitalità del cinema del passato è messa alla prova anche attraverso riletture contemporanee come Je suis Simone (La condition ouvrière) di Fabrizio Ferraro (detour di Europa ’51), mentre rientra sempre in questa idea di cinema italiano allargato anche l’omaggio a Eckhart Schmidt, regista tedesco di cui vengono proposti i nove titoli girati in Italia per il ciclo Roman Zyklus I (2016-2017). Attivo come critico e regista già dagli anni ’60, nonché autore di una vasta produzione documentaristica dedicata alla storia del cinema e della lirica, Schmidt ha trovato negli ultimi anni una nuova linfa vitale grazie all’incontro con la leggerezza di una giovane musa italiana, Marilina Marino, che sotto l’occhio del regista si è rivelata un’inedita attrice. Da questo incontro è nato il Ciclo Romano, arricchito da altri otto episodi interpretati da altre donne (Cecilia Saracino, Sara Marrone, Valeria Pellegrini, Claudia Ida, Sara Pietri), in cui la seducente bellezza femminile di oggi dialoga con la monumentale cultura della tradizione italiana di ieri, in un esempio di cinema autoprodotto e autogestito che è già cinema del futuro. A presenziare l’omaggio sarà presente lo stesso Schmidt, accompagnato dalla sua produttrice Gorana Dragaš e da otto attrici che hanno preso parte alla serie di film. In anteprima assoluta, il festival programma inoltre Colore d’amore, che segna l’inaugurazione di un secondo Ciclo Romano, presentato in doppia versione come evento durante l’anteprima romana dell’11 e 12 settembre.

Oltre all’anniversario del ’68, particolare attenzione viene dedicata a un’altra rivoluzione che si coronava nel ’78 grazie all’opera del già citato Franco Basaglia, riformatore della stessa concezione moderna di salute mentale. Basaglia, che fece proprio di Trieste la città cardine della sua attività, è al centro di proiezioni e incontri, a partire dal reportage di Sergio Zavoli intitolato I giardini di Abele, per arrivare a una serie di conversazioni interrotte fra lo psichiatra e la classe politica dell’epoca. Il programma è realizzato con la preziosa consulenza di Michele Zanetti, presidente dell’Associazione Anno Uno. Prosegue, dopo il successo della scorsa edizione, il percorso dedicato al cinema sperimentale fra Croazia e Serbia, iniziato con una panoramica su Mihovil Pansini, Ivan Martinac e Tom Gotovac. Quest’anno la selezione, curata da Mila Lazić, si espanderà alla produzione serba di Lazar Stojanović, con quattro film realizzati fra il 2005 e il 2008, a cui si aggiungono i due cortometraggi firmati da di Jean-Luc Godard (Je vous salue, Sarajevo e Dans le noir du temps). Il cinema diventa così tentativo di raccontare la follia della guerra che ha sconvolto l’ex Jugoslavia, che sarà anche al centro di una tavola rotonda che si terrà lunedì 17 presso il Palazzo Gopcevich, con l’intervento del giornalista Mirko Klarin e di Nataša Kandić, candidata al Nobel per la pace 2018.

Ultimo ma non ultimo, è previsto un programma di cinema americano classico dedicato alle produzioni anni ’40 e ’50 di Universal e Republic, con un evento parallelo e convergente rispetto alla recente retrospettiva del MoMA patrocinata da Martin Scorsese. Ricollegandosi alle intuizioni della critica francese più cinefila, tornano così sullo schermo autori fiammeggianti come Allan Dwan (La valle dei forti, Operazione Corea), Douglas Sirk (Il sottomarino fantasma) e Anthony Mann (Il regno del terrore). Ma sarà anche l’occasione per scoprire l’opera di due registi finora ingiustamente relegati nell’oscurità: Edward Ludwig (Texas selvaggio), già canonizzato a suo tempo dal profetico Michel Mourlet come autore essenziale, e John H. Auer (Bandiera di combattimento), che proprio la recente retrospettiva newyorkese ha incoronato come uno dei più ambiziosi protagonisti della serie B americana degli anni ’50.