Che casino coi Pierini 1

Parte 1
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Quando e come è nato il Pierino delle barzellette? Nessuno lo sa. Sarebbe una specie di manifestazione partenogenetica che a un certo punto si è trovata ad essere. A volere azzardare qualcosa di lato e vago, si potrebbe affermare che, date le sue caratteristiche, scaltrezza, cinismo, ferocia tra le altre e più delle altre, la maschera possa affondare le proprie radici nel terreno antichissimo dell’atellana e che sia una variante infantile del dossenus, il gobbo terribile per la sua astuzia e perfidia, delle farse campane. Altrimenti, sempre restando nello stesso milieu geografico ma scavalcando i secoli, si potrebbe pensare a una maschera della Commedia dell’Arte, a Pulcinella, che chi studia questo genere di cose ci spiega essere un carattere ermafrodita, sintetico di varie polarità primarie (maschile femminile, città campagna, intelligenza stoltezza).

Ma qui andiamo sull’antropologico culturologico che è terreno assai scabroso. L’idea potrebbe essere un’altra. Nel 1845 lo psichiatra e pedagogo tedesco Heinrich Hoffmann pubblicò un libro illustrato per bambini dal titolo Der Struwelpeter, che nella prima edizione apparsa in Italia, nel 1882, il traduttore Gaetano Nigri adattò come Pierino Porcospino – oltreoceano il testo arrivò nel 1848 nella versione di Mark Twain, Slovenly Peter. Si tratta di dieci filastrocche corredate da magnifici disegni destinate a bimbi molto piccoli (dai 3 ai 6 anni) ed esemplificative di comportamenti da evitare (succhiarsi il pollice, non tagliarsi unghie e capelli, non finire il cibo nel piatto…).  Protagonisti, degli enfants terribles che subiscono punizioni per contrappasso per le loro mancanze e disobbedienze.

Con esiti anche mortali, come la bambina che gioca con i fiammiferi e si trasforma in una torcia umana. In Rete, chi fosse interessato, può leggere affascinanti studi circa il sadismo e la comicità latenti in questo testo, che prende il nome dal primo dei monelli raffigurati, un piccolo Peter, un Pierino, con ispidi capelli cespugliosi e lunghe unghie ritorte. Lo Struwelpeter si addentella a una tradizione di caricaturisti e illustratori precedenti e vanta, a sua volta, una discendenza di tutto rispetto, che secondo alcuni si sarebbe spinta fino al personaggio di Pippi Calzelunghe del serial tv, dove l’opera di Hoffmann viene, almeno in un caso, citata in maniera che non può affatto essere casuale. Domanda? E se nel gioco degli epigonismi, Pierino Porcospino fosse arrivato anche, per chissà quali vie, a influenzare il Pierino, pestifero e salace, delle nostre barzellette?

LA NASCITA

«Se non ci fosse stato Pierino, nella vita sarei ancora a fare il barbone, più o meno…». Così, spiritosamente, esagera Gianfranco Clerici, lo sceneggiatore grazie al quale – insieme al compagno di scrittura Vincenzo Mannino – il piccolo eroe delle barzellette è diventato un film dagli incassi stellari: Pierino contro tutti. Anno 1980, fine estate, otto o nove miliardi di incasso, quando il biglietto costava quattromila lire. Clerici aveva appena fatto Cannibal holocaust e, sussidiariamente La casa sperduta nel parco, nelle cui produzioni fu anche personalmente coinvolto. Si era inventato il POV nella pellicola di Deodato – ci tiene a rivendicarlo, questo primato. E poi gli si era accesa la fiammella di un’altra idea destinata a spargere grande luce nel cinema di genere italiano, benché all’inizio nessuno volesse crederci: prendere le barzellette con protagonista Pierino e costruirci una pellicola intorno; intorno agli sketches con le battute e i fulmini in coda delle storielle. Si andò all’accumulo, lavorando di mazza più che fioretto, e calcando sul ritmo adeguato che avrebbero impresso al film la regia di Marino Girolami e l’interpretazione di Alvaro Vitali – che va bene Fellini e vanno benissimo le decine di commedie sexy fatte, ma fu in Pierino che toccò il proprio personale culmine e compimento.

Sceglierlo fu un colpo di genio. Ed esistono varie leggende al proposito, una delle quali, assecondata dallo stesso Vitali, vuole che fosse stato Fellini ad alloquirlo una volta dicendogli: «Con i pantaloncini e la divisa da scolaro, saresti un perfetto Pierino!». Ovvio che la vittoria abbia sempre molti padri: Gianfranco Clerici dice di esserselo inventato lui Vitali nel ruolo, ma c’è chi sostiene che a tirare fuori dal cilindro la pensata fosse stato Marino Girolami. Valla un po’ a ristabilire, la verità storica: il coefficiente di difficoltà è lo stesso che stabilire chi abbia inventato Monnezza. Vitali, comunque, è Pierino, sic et simpliciter. È venuto al mondo per essere Pierino come Tomas Milian è venuto al mondo per essere Monnezza. Gli antichi parlavano di telos, in casi simili: destino e predestinazione. I connotati indecifrabili anagraficamente, un sembiante surreale, la taglia perfetta di Pierino, che nell’immaginario collettivo è, fisicamente, un bambino ma nello stesso tempo non lo è. È il puer-senex, il bimbo-adulto. E poi farlo parlare in romanesco, perché è il dialetto, anzi la lingua, che va su tutto, come il nero. E vestirlo come l’hanno vestito, con quel cappellone azzurro a mo’ di basco, col ponpon rosso, i pantaloni corti, scarpe da tennis e il pullover a greche, scozzese, senza maniche. L’abito fa effettivamente il monaco, se mai qualcuno potesse mai avere avuto qualche dubbio.

PIERINO CONTRO TUTTI

Pierino contro tutti a rivederlo ora, magari reduci da Sole a catinelle – il paragone è congruo, visti gli incassi stratosferici di questo oggi e di quello allora – dove il massimo del politicamente scorretto è la gag di Zalone che pensa che il figlio stia equivocando su un atto di sesso orale, è pura avanguardia. Trent’anni fa, in Italia eravamo già al di là di ogni limite immaginabile nel 2014. Il mondo grasso e feroce delle barzellette poteva e doveva essere trasposto solo così, senza porsi dei letali paletti di buon gusto. Senza risparmiare niente e nessuno. I bambini compagni di classe di Pierino hanno i pruriti naturali che avevano (allora li avevano, chissà se li hanno ancora o sono riusciti ad anestetizzarli) gli scolari delle elementari vedendo le gambe delle maestre; e la scena in cui Michela Miti li interroga per sapere fin dove hanno sbirciato tra cosce e mutande, è genio allo stato puro. La scurrilità, i peti, anzi le scoregge, le allusioni sessuali più grevi, l’utilizzo oltranzista del corpo e di tutti i suoi istinti primari bassi, il cesso come locus genialis, rappresentano in Pierino contro tutti, più di quanto non avessero mai fatto nella cosiddetta ginecommedia, delle qualità perfettamente raggiunte e compiute. Pierino ha per padre Enzo Liberti, per madre Deddi Savagnone – doppiatrice: il cast è per buona parte composto di doppiatori, c’è anche Michele Gammino che fa il professore di ginnastica – come sorella Cristina Moffa (poi vedette di Drive in) e come nonno Riccardo Billi che tra i Pierini e W la foca spendeva gloriosamente gli ultimi spiccioli di carriera e di esistenza.

Ma il capofila dei film-barzelletta è una magnifica casbah di volti iconici del bis italiano: Marisa Merlini che fa rivivere la gag della chiromante che alza la cornetta è chiede chi è; Enzo Robutti venditore pignolo al quale Vitali porta in negozio la tazza del cesso per poter avere la carta igienica (fulminante! Talvolta le battute si spuntano nel passaggio dal racconto all’immagine, ma questa guadagna); Crocitti morso da una vipera sull’uccello («Il dottore ha detto che devi mori’!», gli dice Vitali. Il dottore è Attilio Dottesio  che ha suggerito a Pierino di incidere il morso e di succhiare); Gioia Maria Scola che fa la donna incinta e Leda Simonetti che fa la moglie insoddisfatta e ride (fuori copione) a una battuta di Vitali – e Girolami, giustamente, ha tenuto buona la ripresa.

Senza scordare la maestra Mazzacurati, Sophia Lombardo, della quale scrivono su Wikipedia che aveva “su un corpo simmetrico un viso asimmetrico” (e forse l’ha vergata proprio l’interessata, la voce), bravissima e truccata per farne una perfetta caricatura, simile ad un uccello ma anche lei con accavallamenti di gambe che fanno ammattire Pierino. E, soprattutto, tataam: la venustissima supplente Michela Miti che i Pierini lanciano per qualche anno nell’alta quota delle gnocche fuoriserie e nell’immaginario imperituro di tutti i pipparoli dell’universo. Quando, ancora di recente, la Mya ha distribuito in America Pierino contro tutti e il suo seguito in dvd, con il titolo Desirable Teacher 1 e 2, ha puntato solo su di lei ignorando bellamente Vitali. Perché oltre Lugano Pierino non andava, risultando – a differenza degli stacchi di coscia della Miti che parlano una lingua universale  – incomprensibile; tranne che, parzialmente, in Spagna, dove il personaggio divenne Jaimito nelle versioni doppiate.

PIERINO COLPISCE ANCORA

Indagando nelle retrovie, si scoprono delle primizie. Ad esempio, che Marino Girolami era un barzellettiere consumato e, come ci rivela Enzo G. Castellari, suo figlio, capitava che a volte fermasse le riprese di un film se gliene veniva in mente una buona da raccontare alla troupe. Quindi era il più adatto a gestire un’operazione del genere. Sempre Castellari associa il primo Pierino diretto da suo padre al ricordo del vecchio produttore Giorgio Venturini, che investì (con la sua Filmes) due lire nel progetto promettendo a Girolami che lo avrebbe poi pagato a seconda delle entrate che il film avrebbe avuto («Se incassiamo venti ti do dieci, se incassiamo trenta ti dò quindici, se quaranta venti e andava avanti così…»): si ritrovarono con qualcosa come nove miliardi in tasca a fronte dell’investimento di nemmeno duecento milioni. Luciano Martino e la Medusa Distribuzione erano anche loro della partita e, preso atto della partenza a razzo del film verso la sfera delle stelle fisse dei maggiori incassi, se non di tutti i tempi di parecchio tempo a quella parte, misero immediatamente in piedi un numero due, Pierino colpisce ancora (in lavorazione Pierino non perdona) che sembra quasi una realizzazione back to back con il primo. I personaggi collaterali sono gli stessi, tranne la Savagnone e Gammino, e finanche i disegnini della sigla di testa sono riciclati dal precedente, sempre sulle note della musica di Berto Pisano, che ai Pierini è essenziale almeno quanto lo è Vitali e contribuisce in modo potente al clima scacciapensieri di questo secondo capitolo che, in qualche modo, è anche meglio del precedente, meno mordi e fuggi e più studiato. Vitali dopo essere collassato agli esami di riparazione, viene spedito in collegio a Grosseto, dove ritrova, tra l’altro, una Miti sempre più da sturbo – notare la finezza coloristica nell’abito dell’attrice che è l’inverso di quello che indossava a Roma.

I pezzi forti di tutta quanta la serie arrivano da qui: il viaggio in treno con Enzo Liberti con un succedersi di gags stercorarie irresistibili e con la dissertazione accademica sui tre tipi di scoregge (Alfonso, Pasquale, Roberto Bracco) e poi, sempre in tema, l’accensione della candela a distanza nella sfida con il compagno di collegio Oronzo. Alcuni sketches vanno al traino di idee già viste in Pierino contro tutti e sono variazioni sul tema della battuta gloriosa a proposito del cesso con la candela “Chicago di notte”: ecco quindi che la Miti chiede alla scolaresca di presentarle un oggetto che sintetizzi una canzone («Pierino, ma con una sega quale canzone vuoi suggerire?»; «Solitudine!») e poi di farle un cadeau che lei compensa con un bacio a tema (a uno che le offre una rosa: «Grazie, ti bacerò sulle guance che sembrano due rose»): Pierino le porta un piatto con una banana e due albicocche; lei sgrana tanto d’occhi e poi fa: «Grazie Pierino, ti bacerò sulle orecchie che sembrano due albicocche!»; «E la banana?», dice Pierino; «Quella te la devi mettere al…», gli sussurra la Miti cambiando tono di voce. Attenzione: è un passaggio topico, perché la sensazione è che per un attimo si fuoriesca dal film e dalle sue convenzioni – in virtù delle quali ci si aspetta che la Miti si esprima solo con quel tono piatto e cantilenante –  per entrare in un ordine di grandezza differente. La maestrina fa quella battuta scurrile aprosdoketon, in maniera inaspettata e imprevista, e per un attimo cortocircuitiamo, perché l’aggredita diventa aggressore, diventa “vera” e ci sorprende: e sorprende anche Pierino, che risponde: «Eh, ma come è diventata volgare! La preferivo a Roma!».

PIERINO MEDICO DELLA S.A.U.B.

Dopo Pierino contro tutti e prima che la stessa identica compagine produttiva predisponga il secondo film (che arriva in sala nel febbraio del 1982), a dicembre del 1981 compare un Pierino medico della S.A.U.B, con Vitali protagonista e la regia di Giuliano Carnimeo. Le prime azioni mimetiche di Pierino contro tutti produssero esiti con tempistiche simili: tre, quattro mesi, da agosto, quando il film fu distribuito; tant’è che a dicembre del 1981 era pronto anche Pierino il fichissimo, di Alessandro Metz, il primo degli apocrifi, cioé dei film su Pierino senza Vitali. Pierino medico della S.A.U.B. più che uno spin-off è una furbata, che appiccica alla storia un cappello dove si accenna alla laurea in medicina che Pierino è dovuto andare a prendersi ad Addis Abeba. Una frittata di cipolle fatta senza cipolle o con uno spicchio misero di cipolla: fuori di metafora, un film di Pierino con solo il nome di Pierino nel titolo e qualche giochetto di doppiaggio. Viene persino da chiedersi se non fosse un progetto, antecedente a Pierino contro tutti, cambiato in corsa; ma è improbabile, perché Vitali protagonista fu diretto e immediato effetto della pellicola di Girolami: prima, non lo era mai stato. Vitali nel film si chiama Alvaro Gasperoni e il biglietto sgrammaticato che si legge all’inizio: “Laurea consequita stop.

Arrivo aeroporto ore 9 stop. Pierino” è qualcosa inserito ex post, così come il nome Pierino messo in bocca ai suoi familiari, sempre nelle prime battute del film, è uno stratagemma adottato per accalappiare gli allocchi. La gente ci cascava e si incazzava; si ricordano servizi sui quotidiani della sera con i commenti inferociti di diversi spettatori del film che ci erano andati convinti di trovare quello per cui avevano pagato: il cappello col ponpon rosso, il culo e le tette della Miti, l’iconografia nota, insomma, e si erano invece ritrovati ad assistere a una versione degradata di Il Prof. Dott. Guido Tersilli primario della Clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue, con tanto di celebre marcetta di Piero Piccioni – artefici i due produttori Ugo Tucci e Camillo Teti –, in cui Vitali, salvo quando ogni tanto ci metteva qualche uscita fulminante servitagli dalla sceneggiatura di Giorgio Mariuzzo (cos’è un rutto? “Una scureggia che ha preso l’ascensore!”), risultava abbastanza frenato e quindi insipido. Tutto l’universo del basso corporeo che fece la gloria di Pierino era, se non cancellato, molto ridimensionato, nella tradizione della commedia di Carnimeo che si è sempre dimostrata poco corriva agli estremismi. Si inventarono, poi, un doppio ruolo per Vitali – convinti forse di sopperire alla qualità con la quantità – il quale è se stesso e un fratello gemello con i capelli rossi, utilizzato per qualche incursione con battute desunte dalle barzellette (la risposta alla suora che a proposito dei neonati gli sta dicendo che uno è nato sotto un cavolo, quell’altro l’ha portato la cicogna e così via: «Aho, ma in questo ospedale nessuno scopa?»).

Gli storici della commedia però asseriscono che il film fu importante nella misura in cui propose un altro Vitali protagonista, alternativo a Pierino e destinato a propagarsi lungo la linea “calcistica” di film come Paulo Roberto Cotechino centravanti di sfondamento (1983) di Nando Cicero (anche qui Vitali ricopre un doppio ruolo) o Il tifoso l’arbitro e il calciatore di Pier Francesco Pingitore: prodotti nell’entourage della Dania di Luciano Martino che amministrava contemporaneamente anche alcune varianti dichiaratamente pierinesche con Vitali, tipo Gian Burrasca. D’altronde, erano mesi di exploitation convulsa del fenomeno, quelli: Venturini e Girolami tentarono di sfruttare Vitali in una variatio piuttosto spericolata come Giggi er bullo, prodotto Filmes e distribuito Medusa subito a metà del 1982, ma il soggetto che scomodava addirittura Ettore Petrolini non faceva faville e Vitali, fuori dal vorticoso ritmo barzellettiero, funzionava così così. Va anche detto che Clerici e Mannino erano ormai usciti dal gioco e Carlo Veo che gli successe non aveva la chiave di scrittura giusta. Il miracolo dei due Pierini originali, comunque si tentasse di riposizionare gli elementi in campo a partire da Vitali, non era destinato a ripetersi.

PIERINO TORNA A SCUOLA

In un mare di Pierini spurii, che vedremo nel dettaglio più avanti, l’originale torna a riemergere soltanto molti anni dopo, tra il 1989 e il 1990, in un contesto cinematografico e culturale che era già radicalmente cambiato. Alla domanda di risate demenziali che i primi Pierini avevano pienamente soddisfatto, era giunta nel frattempo la risposta televisiva di programmi come Drive In. Il cinema, dal canto suo, si era mondato di quasi tutte le scorie scurrili che erano state la corona della commedia popolare degli anni Settanta e Ottanta iniziali. Vitali stesso si avviava a diventare un arnese fuori uso, scalzato dalla massa dei nuovi comici che avrebbero preso il comando a breve del grande e del piccolo schermo. Esistevano spazi oggettivamente esigui di manovra, per tentare di resuscitare il fenomeno Pierino. Tuttavia cercarono ugualmente di infilarcisi, il produttore Carmine De Benedittis (scomparso nell’aprile dello scorso 2013, a 74 anni), il veterano delle farse cinematografiche Mariano Laurenti e Vitali.

Pierino torna a scuola non fu un successo perché la tempistica e la temperie in cui apparve non poteva farne un successo. Ma come film in sé, calcolando la forma obbrobriosa che in quel periodo i regesti (regesti: non è un refuso) del cinema di genere italiano tendevano ad assumere, non è affatto spregevole. Certo, Alvaro Vitali è più appesantito e lento di dieci anni prima e la velocità dei film di Girolami è una meta inarrivabile non tanto per i mezzi del pur bravo Mariano Laurenti, quanto per un sistema cinema che è diventato in struttura e in essenza diverso. La trovata, qui, è affiancare a Vitali Elena Fabrizi, la sora Lella, nella parte della nonna, la quale spesso e volentieri strappa la scena e riesce a far ridere di cuore a differenza di certe battute barzellettiere messe in bocca al protagonista che giungono a segno fiacche e spuntate. Tempi cronologici e tempi comici mutati, appunto.

Pierino, che vive con nonna, padre (Giulio Massimini), madre (Giovanna Mainardi) e sorella (Gabriella Barbuti, futura stellina brassiana poi sbarcata con successo nel mondo delle fiction tv: qui è assai improbabilmente fidanzata con il conte Caracciolo, che fu una vera presenza feticcio nei Pierini della serie originale), torna sui banchi di scuola per dare un senso al fancazzismo assoluto della sua esistenza – all’inizio lo troviamo che dà da mangiare ai cani in un cinodromo e poi si trasforma lui stesso nella lepre fuggitiva. Mette un brivido la supplente Nadia Bengala, in carne e minigonna, che sculetta sul motivo di Berto Pisano che accompagnava le entrate in scena della Miti, all’origine, e almeno su questo aspetto Pierino torna a scuola è all’altezza dei capostipiti. Nella scuola c’è anche Bruno Minniti come professore, il Gunan e Rush dei falsi Conan e dei falsi Rambo italiani, che in una sequenza ambientata a Piazza di Spagna prende bellamente in giro se stesso nei panni del latin lover che non sa baciare, al quale il regista di un film che si sta girando insegna come fare: siamo nel metacinema, ohibò, e Pierino bighellonando passa di lì e lancia qualche battuta, in mezzo alla gente assiepata dal vero. Molto curioso. Oggi le compilation su YouTube prediligono le scenette in trattoria con Alfonso Thomas cameriere: tic, fischi, frullii e pernacchi che sanno d’antico ma che attingono l’obiettivo della risata, poiché l’aceto italico condisce sempre bene e saporitamente le portate. Anche la scatologia resta onorata, nel gag del cagnolino che defeca sul giornale mentre la padrona parla con Nadia Bengala e Pierino e compagno sostituiscono la cacchina con una montagna di merda. A scuola Vitali ci resta poco: dopo una pagella che sembra una schedina del totocalcio piena di uno e due (difatti la nonna se la gioca e vince miliardi), eccolo catapultato nel mondo del lavoro, più o meno come accadeva alla fine di Pierino colpisce ancora: solo che là si assisteva a sketches magnifici come quello della borsa di pelle di cazzo che se carezzata diventa una valigia, qui ci sono invece scialbe scenette di Pierino cameriere in un ristorante cinese, lavavetri e infine attacchino – in un passaggio, questo sì, sconcertante, che non si riesce a capire se fosse uno spottone o una presa per il sedere del Partito Socialista (forse entrambe): Pierino attacca una decina di manifesti elettorali PSI, poi ci passa davanti contemplandoli sulla musichetta di Pisano e lo ritroviamo quindi all’ingresso della Rai con un colossale garofano («M’han detto che se mettevo un garofano all’occhiello potevo al massimo entra’ al comune. Hai visto mai che co sto popo’ de garofano entro alla Rai!»).

Rientro a scuola per gli esami finali, disastrosi nonostante l’intero corpo insegnante voglia levarsi dalle scatole Pierino promuovendolo – grande la battuta del parto anale: «C’è stato solo un caso al mondo: quello de sto stronzo che me l’ha suggerito!» – e colpo di scena con l’arrivo della cartolina precetto che avrebbe dovuto rilanciare verso un ulteriore capitolo Pierino al servizio di leva. De Benedittis era partito con l’intenzione di fare anche questo, stesso cast e stesso regista, titolo già depositato. Lancia & Poppi su un paio dei loro volumi lo danno addirittura come cosa realizzata nel 1991. Ma non è così: il flop di Pierino torna a scuola dissuase De Benedittis dal proseguire. (continua)

 

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