A colloquio con M. Night Shyamalan

Il regista indiano parla di Split
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Quello che segue è un estratto della lunghissima intervista a M. Night Shyamalan che trovate nel numero 170, di febbraio, di Nocturno. Abbiamo incontrato il regista indiano a più riprese, nelle scorse settimane, durante la sua permanenza in Italia per la promozione dell’ultimo e a nostro giudizio riuscitissimo film che ha diretto, Split.

Quanto ha influito la cultura indiana nel rapporto di M. Night Shyamalan col sovrannaturale?

Sono nato nel Punjabi, in India. I miei genitori sono emigrati in America e sono molto spirituali, tradizionali. Ricordo quando sono andato a salutare i miei nonni. Avevano una testa di gallina appesa a un albero. Per loro è normale. La vita in India è diversa perché il sovrannaturale fa parte della quotidianità. Ma io sono vissuto a Philadelphia, amo gli hamburger, la Coca Cola, Michael Jordan. Diciamo che ho combinato queste due culture. Non posso ignorare una e dare solo prevalenza all’altra. Cerco di mantenere queste due anime nella mia vita. Sono andato per dieci anni in una scuola cattolica, pur essendo indiano. A scuola sentivo parlare di Gesù e quando tornavo a casa c’era un altro tipo di religiosità. Quindi sono stato esposto a tantissimi spunti. I miei film mi danno la possibilità di parlare di queste diverse anime.

È vero che pensavi di fare film già quando avevi 8 anni?

Sì, ho sempre avuto questa vocazione, anche se all’epoca non sembrava così ovvio. Poi ho letto il libro di Spike Lee che spiegava come fare un film e parlava anche dell’NYC. Così mi sono detto che quella sarebbe stata l’università dove sarei andato. All’inizio facevo i miei filmini amatoriali per poi farli vedere agli amici. Sono cresciuto nell’epoca ideale. A sette anni è uscito Guerre stellari, che era proprio il mio ideale di film in assoluto. La passione per il cinema è la droga più forte che si possa mai provare. Da qui a dieci anni ci saranno persone che si emozioneranno per un film come come è successo a me per il fillm di Lucas. È stato quasi un atto di fede. Erano anni in cui si andava in questi grandi cinema con centinaia di persone a guardare il grande schermo. Tutti a bocca aperta, come se fosse un sogno. Si partecipava a un’esperienza straordinaria.

Il tuo cinema mescola genere e arthouse. Ti identifichi in questa definizione?

Personalmente non ritengo di fare film di genere. Faccio dei film tragici con elementi drammatici e di genere. Quando uso gli alieni o i fantasmi, è solo per parlare di fede o dell’esperienza umana in maniera tale che io non debba usare la religione o altro. A volte mi dicono di fare dei film molto paurosi. Forse sì, ma mi sembra quasi di ingannarli perché io non credo di fare dei film paurosi, ma dei film drammatici con degli argomenti di genere. Questo non significa che non mi piaccia questo tipo di emozioni. A tutti piacciono le emozioni forti perché attraverso di esse ci sentiamo vivi e ci permettono di raccontare meglio le nostre storie.

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Che cos’è per te il mistero?

Per me il mistero è l’ignoto. Qualcosa che non ha mai fine. Penso che tutti noi non siamo del tutto completi. I film, che sono quasi completi, fanno sì che noi li finiamo, il che è una condivisione del risultato artistico. Siamo tutti coinvolti. Partecipiamo alla stessa sensazione. è l’ambiguità che ci rende parte dell’oggetto d’arte. L’essere critici è il motore. Ci sono tanti registi straordinari e ci sono tante tecnologie che rendono ancora più straordinari questi film. Ci sono persone che amano la tecnologia, ma non fa per me. Mi piacciano le grandi storie, ma da una prospettiva molto piccola. Questo secondo me enfatizza il mistero. è il mistero a portare avanti la storia. Nei film, ma anche nella televisione di buona qualità, il mistero è l’ingrediente principe. È il mistero che continua a spingermi avanti. Il mistero è il sesto senso. Il mistero è come una palla di neve che si ingrandisce sempre di più unendo tutte le idee che vi partecipano.

Split rappresenta un po’ la quintessenza del tuo cinema. Parlacene un po’.

Split è una storia originale e il suo protagonista inizialmente era incluso nella sceneggiatura originale di Unbreakable. Era uno dei tre personaggi che avevo deciso di sviluppare. Dopodiché mi è venuta l’idea di farci un film a sé stante, senza che nessuno, all’interno del mondo di Unbreakable, ne fosse consapevole. L’argomento del disordine dissociativo di personalità è una mia fissazione da sempre. L’idea di avere tante persone che risiedono in un unico corpo, non solo personalità, ma proprio diverse persone.

Split, come precedentemente anche The Village, mette al centro anche il tema della fragilità, della vulnerabilità e anche delle risorse della donna. Che cosa ti attraeva di questo aspetto?

In realtà, uno degli aspetti che mi piacciono di più di questo film è la presenza di tre generazioni diverse di attori. C’è Betty Buckley, che interpreta la dottoressa Fletcher, che è un’attrice di teatro straordinaria, una delle più grandi negli Stati Uniti; poi c’è James McAvoy, che adesso è un trentenne e quindi rappresenta l’età media; infine c’è Anya Taylor-Joy che invece è giovanissima. Una volta privilegiavo il punto di vista maschile, ma da quando ho due figlie ho adottato un punto di vista misto, che riflette il mio e il loro. Mi piacciono tutte queste diverse prospettive. Io amo molto gli attori di teatro perché hanno una grande tecnica e una grande formazione, e posso fare in modo che descrivano i loro personaggi in maniera straordinaria. Ugualmente, però, sono attratto anche dagli interpreti più giovani ed emergenti, a volte perfino bambini o giovani come AnyaTaylor-Joy, perché trasmettono un’essenza pura. È una forza nuova. Noi adulti diciamo sempre che tutto va bene, ma non è vero, ci raccontiamo bugie e difficilmente mostriamo la nostra vera identità. Nei giovani attori, invece, è possibile trovare la genuinità. Anya, per esempio, è venuta a provare per il suo ruolo proprio come aveva fatto per The Witch. Io neanche lo sapevo che in realtà avesse fatto altri due film. E invece è riuscita ad aver tre ruoli principali in tre film.

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Prima di trovare un attore in grado di restituire tutte le personalità e sfaccettature del eprsonaggio di Split, immagino tu abbia dovuto cercare a lungo. Puoi raccontarci come hai scelto James McAvoy?

La decisione di fare un film è un atto di fede, perché un film è fatto di tante parti, un po’ come nella vita. Siamo parte dell’universo e nell’universo prima o poi ci si ritrova. Più si è chiari, più l’universo ci parla e ci mostra le possibilità. Io ho scritto questo ruolo senza sapere chi avrebbe potuto farlo. Avevo pensato a tre o quattro attori, ma ce ne sono tanti altri che avrebbero potuto interpretarlo, per il sense of humour, per la tecnica, per l’umanità, o anche per la fisicità del personaggio. Circa un anno e mezzo fa sono andato al Comic-Con e James McAvoy, che non avevo mai incontrato, mi è passato davanti. Ai tempi stavo promuovendo The Visit, e nello stand accanto c’era X-Men, ecco perché James mi è passato davanti. L’ho fermato e gli ho detto: “Sono un tuo grande fan”. Al che lui ha risposto: “Anch’io sono un tuo fan”. Abbiamo parlato per cinque minuti. Lui non aveva quasi i capelli perché aveva appena fatto X-Men, così ho pensato che fosse un uomo straordinario e di bellissimo aspetto. Poi lui mi ha proposto di prenderci una Tequila e io gli ho detto di no, grazie. Siamo andati a prenderci la Tequila in ogni caso e James si è ubriacato. A quel punto mi son detto che fosse proprio lui l’attore che stavo cercando. Gli ho mandato la sceneggiatura, a lui è piaciuta e, quando abbiamo iniziato a lavorare sul personaggio, abbiamo deciso di lasciare la sua testa rasata.

Per caso sei stato influenzato da qualche film in particolare sul tema degli sdoppiamenti della personalità?

Sarò sincero, non sono uno che guarda film per trarre ispirazione. Seguo il mio istinto, per cercare di fare dei film più personali e originali. Stilisticamente parlando, però, sono stato influenzato da film che non c’entrano niente con il mio. Mentre mi preparavo a Split ho guardato molti film di Robert Altman, ecco perché ci sono tanti zoom. Ho guardato anche Niente da nascondere di Michael Haneke, o Dogtooth, il greco, tutti film che mescolano tensione e dramma e poi quando meno te lo aspetti ti spiazzano. Dipende un po’ tutto da cosa stai mangiando in un certo periodo, non so se mi spiego.

Non ci sono, per caso, dei riferimenti a Billy Milligan, il tizio che negli anni ’70 rapì tre studentesse?

Sì, Billy Milligan è stata fonte grandissima di ispirazione. Anzi, consiglio a tutti di leggere il libro sul suo caso. Credo che anche lui avesse 24 personalità. La sua è stata una storia potente e commovente allo stesso tempo.

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Da dove ha origine questa scelta di unire orrore e ironia in Split?

Ebbene sì, negli ultimi film che ho fatto ho inserito uno humour molto dark perché è qualcosa che mi interessa molto. Un po’ alla David Lynch, per cui non si sa se rimanere attoniti o ridere. Sto schiacciando l’acceleratore in questa direzione perché ho notato che mi fa entrate più in connessione con le persone. Una volta c’era le voci dei grandi registi come Spielberg, che erano quelli della scuola consolidata. Poi sono arrivati i Christopher Nolan e i David Fincher, che erano noir. Infine ci sono le persone al centro tra i due estremi. Naturalmente i tempi cambiano, così come le opinioni e le prospettive. Io, col mio stile, seguo il modo che mi sembra più adeguato per trovare la giusta angolazione da cui raccontare una storia. è fondamentale trovare il giusto accento. Nel mio caso, trovo che questo tipo di umorismo rispecchi la giusta prospettiva da cui raccontare il momento storico che stiamo vivendo, visto che nel mondo c’è molto cinismo. È interessante che siano, per esempio, film come Deadpool che sono irriverenti nel loro modo di relazionarsi a questo. Poi ci sono i grandi eroi, quelli a tutto tondo, e infine degli eroi un po’ strani, come Jack Sparrow o Tommy Stark, che sono in realtà degli antieroi, che hanno una certa oscurità, ed è proprio attraverso di loro che noi vediamo un equilibrio. Ecco, in questo mio modo di narrare, è come se cercassi un equilibrio. Forse non mi spiego bene, però è questo tipo di humour un po’ malizioso che mi attrae. Ai tempi di Unbreakable, nel 2000, partecipai alla serata dei Golden Globe. In quell’occasione, ci fu qualcuno che mi disse che secondo lui il film non funzionava molto bene perché, nella scena in cui il ragazzo sembra che stia per sparare al padre, il pubblico si metteva a ridere. Io provai a fargli capire che in quel momento c’era dell’irona e quindi era giusto ridere. Lui mi ha guardato con aria compassionevole, non capendo che era proprio l’effetto che volevo suscitare. Mi piace quando riesco a fare uscire lo spettatore dalla sua comfort zone. Ridere o trattenere il respiro è un modo per essere più aperti alle emozioni.

Split è il secondo film che fai in collaborazione con Jason Blum: è cambiata, da regista, la tua percezione di fare cinema rispetto al modo tradizionale di Hollywood, dopo aver lavorato con lui?

Con Jason ci conosciamo da tempo. è quasi un fratello maggiore. Jason è un campione di originalità. Per questo ho voluto la sua collaborazione sui miei ultimi due film. Si tratta, però, di progetti miei. Jason ha dimostrato che esiste tutta una tipologia di film, anche non convenzionali, molto redditizi e per farli non hai necessariamente bisogno di budget elevati. Jason ha grande gusto e andiamo molto d’accordo. Nel caso di The Visit, me lo sono girato per conto mio e poi gliel’ho mostrato. A lui è piaciuto e si è reso disponibile a portarlo alla Universal. Con Split, gli ho mandato lo script dicendogli che l’avrei fatto in ogni caso, ma che mi avrebbe fatto molto piacere se fosse entrato anche lui nel progetto. È una fortuna avere uno come Jason Blum a Hollywood, uno che crede nell’originalità dei progetti, nella visione del regista e fa di tutto per venirti incontro. Non ci sono tanti produttori a Hollywood come Jason, e dei pochi che ci sono Jason è il re.