01/10/2010 - Saggi

LA METAMORFOSI DEL VAMPIRO I

La creatura più duttile dell?immaginario fantastico di tutti i tempi (e di tutte le culture) continua a rinnovarsi, al cinema come in letteratura, nel fumetto e persino a teatro, prestandosi alle metafore più diverse: dalla politica all?eros, dal romanticismo alla diversità

Vi sarà forse capitato di leggere all’inizio dell’estate di una mostra (“Dracula - voivoda e vampiro”, ne leggete per es. qui), organizzata a Bucarest per restituire un briciolo di dignità al personaggio storico di Vlad Tepés III, il famigerato “Impalatore” d’infedeli cui s’ispirò Bram Stoker per il suo Dracula, a quanto pare non più sanguinario della media dei governanti cristiani o maomettani suoi coevi.
 
Niente di più facile, i miti son sempre distanti dalla realtà storica per definizione. Ma lo spirito della mostra, se abbiamo ben capito, è in parte anche “politico”, nel senso che intenderebbe ripulire la tenebrosa fama del governatore quattrocentesco di quell’alone sanguinario che gli avrebbe costruito intorno una propaganda occidentale volta a dipingere il sovrano (e quindi la cultura) dell’Est come barbarici e sanguinari, ideali bersagli delle paure del diverso dei “civilizzati” europei dell’Ovest. Cosa che appunto aveva fatto già nell’800 lo stesso Stoker, facilmente concentrando sul vampiro tran silvano le paure del londinese vittoriano medio per questo “straniero” figlio di un mondo primitivo e superstizioso, circondato da servitori zingari (peraltro, come leggerete nell’analisi storico antropologica di Marco Marchetti, fra le più accreditate matrici culturali del vampiro classico) e sensuali schiave-ancelle demoniache (vedi link …).

In fondo, sono paure non molto distanti da quelle per lo straniero (rumeno, albanese…) che serpeggiano per l’Europa in questi anni tumultuosi di neo razzismi, leghismi e particolarismi diffusi. La riflessione nasce facilmente dopo la visione del Dracula messo in scena da Sandro Mabellini (al Teatro Litta di Milano lo scorso giugno, di cui leggete una recensione più completa qui). Nel testo (del drammaturgo macedone Dejan Dukovsky), infatti, personaggi e vicende del romanzo di Stoker vengono sostanzialmente rispettati, anche se attualizzati ai giorni nostri; ma al fine di presentare il “principe delle tenebre” come una sorta di reduce, di profugo di un’Europa dell’Est ormai totalmente desertificata (sotto l’indifferente sguardo occidentale). Insomma, per dirla in breve, il sangue che il vampiro succhia dagli eburnei colli delle cedevoli occidentali fanciulle non sarebbe che un bilanciamento delle nefandezze patite da parte della Storia da quell’Est che Dracula incarna in sé.

Chi è – ci chiede l’autore macedone – il vero vampiro? Chi rappresenta il 'bene', nell'Europa contemporanea, in cui lo straniero venuto dall'Est viene ammesso solo dopo un'estenuante litania di permessi, esami, interrogatori, documenti, ispezioni (che significativamente vengono inflitte anche a noi spettatori al momento dell'accesso in sala da parte di due attori armati di lampade al neon)? È colui che da secoli si nutre di sangue, dopo aver nel sangue difeso le insegne dell'Europa cristiana dall'invasore islamico? O è colui che rappresenta la ratio, la logica della scienza di una civiltà su cui pesa la colpa morale d'aver assistito quando l'Est di Dracula finiva dissanguato dalla Storia, per cui ora il principe delle tenebre non può che cercare la vita dalle nostre parti? O i due sono facce speculari e contrapposte della stessa infangata moneta?
 
Una lettura contemporanea e metaforica, che cita qua e là spiritosamente il Dracula di Coppola pur senza ricalcare in realtà alcun modello cinematografico preciso, e in qualche modo si allinea alle volontà di restaurazione del vero storico della mostra rumena di quest’estate. Ancora da scoprire invece la lettura che darà Giovanni Guerrieri con Silvio Castiglioni del “Vampiro” di Polidori, in scena al Salone CRT di Milano dal 9 al 21 novembre prossimi (per la compagnia Sacchi di Sabbia) – pare – declinando l’originale gotico nella forma del viaggio iniziatico. Vedremo. In ogni caso, questo eterno ritorno del vampiro anche sulle colte scene teatrali ci testimonia – ancora una volta – come quest’ultimo sia veramente la creatura del fantastico più duttile e flessibile, in grado di rinnovarsi all’infinito nelle declinazioni drammatiche e linguistiche più disparate, caricandosi delle valenze simboliche più diverse, di cui peraltro avrete parzialmente già letto nello storico Dossier Nocturno n. 1, Vampiria; e anche, per quanto riguarda il coté più erotico (sia etero che lesbo), nel duplice dossier su Jess Franco (Succubus 1 & 2, numeri 60 e 61). Come sanno anche i sassi ormai, queste valenze spaziano appunto dall’erotico al romantico (vedi l’inevitabile saga cineletteraria di Twilight), dal filosofico al mistico, con declinazioni in letteratura, cinema, fumetto, video game e (appunto) teatro, con fusioni fra generi che spaziano dalla fantasy al western alla blaxploitation, dal road movie al cyberpunk all’action pura.
 
Insomma, più di quanto abbia alimentato qualsiasi altra creatura del fantastico: né zombie né licantropi, né tantomeno mummie o mostri di Frankenstein sono stati mai cucinati in tante salse, né han mai mostrato pari spettro di caratterizzazioni e sfumature psicologiche. Forse perché il vampiro è umano – se non per dieta – almeno d’aspetto, quindi ai nostri occhi può meglio rispecchiare sensibilità, dubbi, scrupoli etici, brame e peccati della razza umana rispetto a creature più “completamente mostruose”. Come già insegnò alle masse l’Intervista col Vampiro di Anne Rice/Neil Jordan. Del resto, chi di voi frequenta le librerie avrà notato come ormai uno scaffale ai vampiri non lo si neghi ormai da nessuna parte: romantici, dark, gotici, moderni, misti thriller e pulp, sexy, fantasy, storici, ambientati in tutte le epoche e incrociati a tutti i generi (che dire ad es. di un titolo come Sherlock Homes contro Dracula di John H. Watson, ed. Gargoyle? Serve altro?!).
 
Sicuramente, fra le valenze simboliche associabili al mito dello zannuto, quella politica è quella che a una prima occhiata parrebbe però la più improbabile: l’ineffabile seduttore maledetto (Eros&Thanatos), il Narciso dalla vita eterna (alla Dorian Gray), la personificazione del Male Assoluto sono certamente simbolismi più immediatamente collegabili all’immortale succhiatore. Eppure, non solo la mostra rumena e il lavoro teatrale di Dukovsky praticano questo impervio cammino: proviamo allora a fare un’escursione nel cinema vampiresco dell’evo moderno (ovviamente, queste valenze si trovano più esplicite nel cinema a partire dagli anni ’60 in poi) per scoprire che canini e politica non sono poi così agli antipodi.
 
Si parte con il Corrado Farina decisamente ‘68esco di Hanno cambiato faccia (1971): niente sangue né morsi sul collo e atmosfere gotiche rimpiazzate con un’austera villa fra i boschi torinesi. Nella storia del giovane dirigente della Auto Avio Motors (una Fiat sotto pseudonimo), Alberto Valle, convocato alla villa del leggendario e tenebroso proprietario, l’ingegner Nosferatu (l’ottimo Adolfo Celi dallo sprezzante distacco), il quale gli propone la presidenza della società praticamente in cambio della sua anima, il vampirismo esiste unicamente in quanto metafora politica. L’“anima risucchiata” di Alberto Valle corrisponde infatti al suo completo asservimento al mostruoso progetto di controllo totale da parte di Nosferatu delle masse di persone-lavoratori-consumatori, di cui il magnate dice nientemeno: «in fondo la gente non sa cosa mangiare, cosa leggere, dove andare in vacanza… per che partito votare. Io la aiuto a conoscere i suoi veri desideri, e glieli soddisfo. Tutti». E poi: «Io non possiedo solo un certo numero di fabbriche, di aziende, di grandi magazzini… io possiedo anche giornali, partiti politici, movimenti d’opposizione, banche. Sotto il mio controllo agiscono i capi». No, non proviene da un programma di Santoro, l’ha scritto Corrado Farina. Nel ’71. Quando l’attuale capo del governo era ancora un innocuo palazzinaro. Da vedere assolutamente (specie ora che è ristampato a buon prezzo da Millennium Storm).
 
Sangue, sesso e marxismo anche in Dracula cerca sangue di vergine e… morì di sete (Blood for Dracula, del ’72), firmato Antonio Margheriti-Paul Morrissey sotto l’ala di guru-Warhol. In realtà Margheriti avrebbe presenziato soltanto alcune riprese, cedendo la paternità dell'opera al braccio destro del re della pop-art, ma per questioni meramente economiche (trattasi di una coproduzione Italia-USA) il film fu attribuito da noi al Margheriti, in America al suo vero regista. Blood for Dracula è un calderone ribollente di intuizioni intestinali, paccottiglia a buon mercato e sovversive contaminazioni kitsch, nel pieno rispetto, d'altronde, di quella tendenza camp già iniziata tempo addietro dallo stesso Warhol. Il Conte Dracula, nelle vesti di un Udo Kier emaciato e un po' effeminato, è alla disperata ricerca di sangue di vergine (come da titolo italiano) ma, non riuscendo a trovare l'agognata panacea nella sua nativa Romania, sbaracca dalle caliginose terre dell'Est per trasferirsi nella cattolica e (si spera) morigerata Italia. Qui il nobile corteggia le quattro figliole di un aristocratico decaduto o quasi (Vittorio De Sica, alla sua ultima interpretazione), le quali si professano sì pure e innocenti, ma solo per accaparrarsi la simpatia, e soprattutto i denari, di quel rimbambito del conte. Il quale manco s'accorge che il prestante giardiniere comunista Joe Dallesandro, attore feticcio della factory warholiana, ha già sverginato ben tre delle rampolle. No, il conte preferisce toccare con mano, o meglio, con dente, e quando il sangue "infetto" delle promesse spose scorre nel suo stomaco, ecco che uno spaventoso attacco epilettico ne rovescia le viscere, facendolo spruzzare liquido ematico come una pompa idraulica. Soltanto la fantozziana Milena Vukotic, bruttina ma fedele, darà linfa vitale al vampirazzo, sacrificando la propria umanità e celebrando pertanto gli imenei satanici con il nobile. Tutto parrebbe volgere per il meglio, con tanto di lieto fine a coronare il sogno degli sposini, ma quell'imbecille del giardiniere, non contento dei danni commessi, impalerà Dracula e consorte in una delle scene più truci del cinema horror. Il proletariato trionfa, prima logorando la borghesia dal suo interno, quindi costringendo l'aristocrazia a pagare le proprie colpe con interessi centuplicati.
 
Ma affonda i canini nella metafora politica pur in pieno edonismo reaganiano anche il misconosciuto Anemia di Alberto Abruzzese (unico film diretto dal critico d’arte nell’86, tratto dal suo omonimo romanzo breve): un dirigente del Partito Comunista, tale Umberto U., afflitto da una sfiancante forma di anemia, si vede costretto a rifuggire la luce del sole e il contatto con le persone. Rinchiusosi in una casetta di montagna, lontana dal rumore e dalla vita cittadina, l'uomo scopre il diario del nonno che, convintosi d'essere un vampiro, era terrorizzato dal desiderio di compiere atti di vandalismo nei cimiteri. Che tale follia sia ereditaria? Fatto sta che Umberto si lascia sedurre dalle fantasie famigliari, vedendo nella propria malattia qualcosa di molto più profondo e complesso della semplice carenza di emoglobina. Il romanzo (e quindi il film), realizzati in piena perestrojka, non possono che far riflettere su una sinistra appunto anemica, dissanguata, totalmente incapace di rinnovarsi col mutar dei tempi e giocoforza costretta a nutrirsi del sangue altrui, fino al "tragico" crollo del muro.
 
E nell’era contemporanea? Discorso chiuso? Nient’affatto: per es., leggermente sottovalutato a sua volta, è uscito lo scorso anno il Daybreakers dei fratelli Spierig, ambientato in un mondo futuribile (il vicino 2019) che potrebbe essere un ideale prosieguo de Io Sono Leggenda di Matheson: da un’ignota epidemia l’umanità è stata quasi interamente trasformata in vampiri, che regnano incontrastati (come previsto dal finale del libro) e dei quali il film ci mostra anche una quotidianità ‘normale’, fatta di individui-vampiro comuni al lavoro, in attesa a fermate d’autobus e metropolitana, mentre educati poliziotti-vampiro mantengono l’ordine. Ma la normalità è minacciata d’estinzione imminente: quando l’ultimo 5% di umani old style superstiti sarà stato bevuto, non ci sarà più sangue per nessuno. E nella sindrome da astinenza il film ci mostra gli unici vampiri davvero mostruosi: quelli che stanno deperendo per fame, selvaggi e bramosi, come sempre sono gli affamati. Se la gode con stile invece il ricchissimo capitalista Sam Neill, che conta sull’ematologo Ethan Hawke per la scoperta di un surrogato del sangue che salvi la razza, arricchendo scandalosamente l’uno e salvando gli scrupoli morali dell’altro. Quando Hawke incontra l’ex vampiro Willem Defoe, riumanizzatosi con tuffo in acqua in pieno sole, il riccastro rischia di veder sfumare i ‘mostruosi’ profitti, il che scatena lo scontro finale e mette in luce la metafora economico-politica: il vero vampiro è l’avido, anche quando fosse privo di canini (Farina docet?).
 
Prima di chiudere, vorremmo ancora spendere due parole su un paio di film che politici (nel senso delle macro ideologie) proprio non lo sono, ma che sottendono uno sguardo sociale che non può esser sottaciuto in quest’analisi: si tratta anzitutto dell’ormai classico Il Buio Si Avvicina (Near Dark di Kathryn Bigelow, dell’87), in cui i succhiasangue vengono mostrati come una moderna famiglia di fricchettoni nomadi in camper argentato on the road per gli States, autorizzando così la decodifica della loro tragica fine come una sorta di “epurazione dei diversi” non dissimile da quella toccata in sorte ai poveri Peter Fonda e Dennis Hoper al termine di Easy Rider. Del resto, specie in America, non crediamo stia lì per caso un dialogo fra il ragazzo e il vampiro Lance Henriksen che suona più o meno: “Quanti anni hai?”. “Diciamo che ho combattuto per il Sud. Beh, abbiamo perso”. Con la sua atmosfera western, il film della Bigelow è una suggestiva ode alla (perduta) libertà d’inseguire la propria frontiera, anche al di là dei confini imposti dalla legge e dalla società, tipico dei crepuscolari western di Peckinpah come degli hippy in chopper. E anche questo è un modo di far politica, anche senza citare direttamente il Capitale di Marx.
 
L’altro film è Lasciami Entrare dello scorso anno, dello svedese Alfredson, che l’ha tratto dal (pure bellissimo) romanzo omonimo del conterraneo Lindqvist, stranamente addirittura riducendo in sceneggiatura le scene sanguinarie rispetto all’originale letterario, oltre che lasciando ellittico il tormentato rapporto pedofilo tra l’anziano Hakan e l’eterno/a preadolescente Eli, insieme alla violenta trasformazione sessuale subìta da lu/ei (sintesi? Poesia? Timori censorii? Mah). Molto più bildungsroman che opera politica in senso stretto, direte voi ancora una volta. Vero, ma che dire del raggelato sguardo che romanziere e regista ci offrono del disperante paesaggio umano svedese? Un Paese in cui (lo dice uno degli ubriaconi nel libro) nessuno muore veramente di fame, ma non è difficile morire di solitudine, di silenzi, di crudeltà subìte senza trovar le parole per chieder aiuto. Neanche alla mamma. Ognuno solo nel proprio silenzio, al punto che l’unico rapporto autentico per il 12enne protagonista Oskar è proprio quello con la coetanea vampira Eli. Il “mostro”. Un simile sguardo sulla propria società, su una polis così tollerante con tutti e così ghettizzante con i due diversi (e crediamo non sia casuale che parecchi degli altri personaggi principali del romanzo siano un circolo di etilisti e che diverse morti – o tentate tali – avvengano in forma di suicidio), non è politico in re ipsa, ben prima di qualsiasi schieramento ideologico?
 
Voi dite che, sull’onda dell’entusiasmo intellettuale, ci stiamo allontanando dalle metafore politiche in senso stretto da cui eravamo partiti? Beh, allora allarghiamo lo sguardo dal solo cinema e prendiamo in esame il recente volume di brevi storie a fumetti di autori vari, Vampiri appunto, edito da Absoluteblack nel 2009: vi compaiono due storie in cui il messaggio politico è alquanto esplicito e nutrito d’attualità. In Seicentonovantanove (di Oscar Celestini), infatti, l’ultimo vampiro si lascia bruciare dal sole dopo aver sepolto l’intera propria razza, estinta dall’inquinamento del sangue umano determinato dalla stupidità autodistruttiva in senso ecologico della specie. Mentre, in Mostri (di Brignola/Furchi) viene addirittura contrapposta direttamente la “mostruosità” della creatura sovrannaturale e inumana con la crudeltà dei militari della dittatura cinese, repressori di Tien An Men, e implicitamente di tutte le dittature della storia. Racconto breve, privo dello spazio necessario per sviluppare adeguatamente una tematica così ambiziosa, ma se non sono “vampiri politici questi”…
 
Nella seconda parte di questo servizio (che leggete su Vitapensata.eu) ci dedicheremo ad approfondire le origini del mito del vampiro e la sua capillare presenza nelle leggende popolari e arcaiche di buona parte delle civiltà del globo, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi epoca storica. Nella terza parte (che invece trovate su Posthuman.it) daremo conto delle altre declinazioni e rigenerazioni in cui la figura del vampiro ha saputo rinnovarsi, continuando ad abitare le correnti più recenti del cinema di genere, post Matrix e post Kill Bill, suggendo sempre nuova linfa ora dal mondo dei fumetti, dei manga (e degli anime), ora dai videogiochi, ora dalla filosofia e dalle riflessioni etico religiose e così via.
Seguiteci, sapete che non potete fare altrimenti…

 


Mario Gazzola & Marco Marchetti
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