26/10/2011
James Wan
Direttamente dallo splat pack, James Wan presenta il suo ultimo film Insidious, omaggio alle demoniache presenze di Poltergeist. Dal 28 ottobre in sala
Il tuo stile registico è molto visivo e tecnico. In particolare, sei capace di descrivere in maniera marcata anche cose e concetti semplici. In che modo ti approcci al linguaggio e quali sono le tue fonti di ispirazione?
Io sono principalmente un regista cinefilo. Mi piace molto osservare quello che altri cineasti hanno fatto in passato e fanno tutt’ora. Sono un ammiratore di registi classici come Steven Spielberg, gente capace di creare una sospensione della tensione attraverso il linguaggio della macchina da presa. Allo stesso tempo, lui era evidentemente ispirato da Alfred Hitchcock. Sono molto attento alla possibilità di utilizzo delle macchine da presa, seguo personalmente la scelta delle focali ottiche, degli effetti di sound, ma allo stesso tempo curo molto la preparazione degli attori e il rapporto tra colonna sonora e immagini. È una cosa fondamentale per approcciarsi alla regia. È come essere un direttore d’orchestra.
Parliamo di Saw. Dopo aver diretto il primo episodio hai seguito, insieme a Leigh Whannell, lo sviluppo della saga nei sequel successivi come produttore. Gli stessi capitoli sono stati diretti da elementi della crew originaria, come l’aiuto regista e il direttore della fotografia. Inoltre è rimasta una storyline di base che segue gli stessi personaggi. Diciamo che mentre la tv americana ha preso delle caratteristiche cinematografiche, voi avete portato la formula televisiva al cinema, che è un concetto di serialità diverso da quello che avveniva con saghe popolari negli anni ‘80 in poi come Halloween, Venerdì 13 o Nightmare...
Mi pare una riflessione interessante. Chiaramente non è stato un processo narrativo intenzionale ma è andata in maniera simile. Prima di iniziare una serie televisiva si fa un pilot, poi in base a quello si sviluppa la serie. Io potrei dire di aver girato il pilot di Saw! Poi i nostri collaboratori hanno studiato il concept, l’aspetto e il design del primo film per fare i sequel. Quindi sì, si può dire che è una serie tv per il cinema!
Ma tu e Leigh quanto avete mantenuto il controllo della saga durante il suo sviluppo?
Principalmente abbiamo supervisionato il secondo e il terzo capitolo di Saw, soprattutto nella fase di scrittura. Poi le cose hanno preso il loro corso naturale, anche perché è un processo che richiede moltissimo tempo e io ero già molto preso dagli altri progetti che dovevo dirigere.
Dovendo realizzare Dead Silence, Death Sentence e ora Insidious, non mi era permesso concentrarmi così tanto su quei film, però sapevamo di avere gente di massima fiducia al timone della serie.
Tra le fonti di ispirazione principali dei tuoi film ci sono Dario Argento e Mario Bava. Potresti spiegarci come ti hanno influenzato?
Dario Argento mi ha ispirato per Saw e Mario Bava per Dead Silence. Io sono un fan sfegatato del cinema horror italiano. Credo sia abbastanza evidente.
Adoro di quel genere l’impostazione teatrale del fare cinema. La regia è sempre sconvolgente! Anche quando facevano thriller, il classico “giallo”, era tutto così potente e “larger than life”. Mi sono innamorato di questo modo di fare cinema. Dead Silence voleva essere il mio omaggio a Mario Bava e alle sue capacità visionarie così innovative ma con un sapore retrò allo stesso tempo. Così come avevo intenzione di recare un mio tributo ai vecchi classici della Hammer e della Universal. Per me era molto importante trovare una storia che si adattasse bene a quel tipo di immaginario.
Visto che sei così appassionato di cinema italiano, mentre vedevo Insidious, che è un ovvio omaggio a Poltergeist, mi è venuto in mente L’Aldilà di Lucio Fulci quando si parla di questa dimensione astratta che è nell’Oltretomba, che nel tuo film si chiama The Further...
Sono un grande fan di Lucio Fulci, soprattutto dei film di zombi, e L’Aldilà è un film che mi è piaciuto molto. Però lui non mi ha influenzato così tanto quanto Dario Argento, autore di un cinema se vuoi molto più raffinato e melodrammatico. Per quanto riguarda Poltergeist, è indubbiamente vero che sia la base da cui è partito il film, che vidi perché era prodotto da Spielberg, uno dei miei maestri. Dal primo momento, l’intenzione era quella di dimostrare di saper lavorare senza ricorrere necessariamente alla violenza, concentrandosi sulla suspense. Ho però molto considerato anche The Others di Alejandro Amenabár, nonostante la mia storia somigli di più a quella del film di Tobe Hooper. C’è, però, una cosa interessante riguardo agli avvenimenti descritti da Insidiuos. Ho radunato amici e familiari e mi sono fatto raccontare esperienze personali legate al sovrannaturale, che sono poi finite nel film. Per esempio, la storia della trasmigrazione del corpo è una cosa che è avvenuta a un mio caro amico. Quindi molte sequenze che sembrano inventate sono state comunque elaborate su fatti reali o presunti tali. Comunque casi di cui si è parlato sul serio.
Riguardo a Death Sentence, legato già dal titolo al Giustiziere della notte (Death Wish) con Charles Bronson, invece hai scelto una messa in scena meno marcata, più vicina a quella del modello di Michael Winner, pur avendo tu un’impostazione molto diversa...
Quando ho iniziato a lavorare su Death Sentence mi sono rifiutato di riguardare Il giustiziere della notte perché non volevo essere influenzato, il paragone con quel film è troppo impegnativo. Chiaramente l’avevo visto, ma da ragazzo. Però volevo affrontare il film in chiave moderna, perché si svolge in un altro tempo ed è una storia diversa. Death Sentence è un film che personalmente ho voluto tantissimo. L’unico fatto senza Leigh Whannell in fase di script. Volevo girarlo perché amo i revenge movie e ci tenevo a fare un film exploitation vecchio stampo sulla vendetta. Se devo rilevare un’influenza forte a livello di regia credo sia stato il William Friedkin di Il braccio violento della legge a colpirmi di più.
Vedo che sei un regista che guarda molto al passato. Cosa preferivi allora rispetto al cinema contemporaneo?
Al di là del fatto che sono cresciuto negli anni ‘80 e ‘90 guardando film, quindi sono quelli i miei punti di riferimento, credo che la differenza principale di ieri rispetto a oggi sia che allora ci si focalizzava sul raccontare delle storie. Per quanto dicano il contrario, oggi gli Studios cercano di standardizzare tutto, senza tentare mai di fare qualcosa di nuovo. Negli anni ‘60 e ‘70 non c’erano grandi corporation che controllavano completamente Hollywood, quindi venivano fuori pellicole molto originali. È la maniera in cui tentiamo di lavorare noi. Ecco perché Saw ha avuto successo. Perché voleva raccontare anche qualcosa e non essere un film violento e basta, come tanti titoli horror contemporanei.
Nella tua carriera hai toccato diversi sottogeneri, anche se hai spaziato principalmente tra horror e thriller. Pensi che rimarrai su questa strada?
Non ho bene in mente come sviluppare la mia carriera ma credo che farò sempre film di genere, anche differenti. I film ultra violenti stanno passando di moda, per cui penso di accantonarli. Spero che Insidious mi sia utile in questo. Per esempio, sono un grande fan dei film action perché ti permettono di creare sequenze complesse e infatti per questo motivo ho voluto a tutti i costi realizzare Death Sentence. Mi piacerebbe anche girare dei film di fantascienza con molta azione e con un budget elevato.
Gianluigi Perrone