regia:
Mikael Håfström
interpreti:
John Cusack, Samuel L. Jackson
soggetto:
Stephen King
sceneggiatura:
Scott Alexander, Matt Greenberg, Larry Karaszewski
montaggio:
Peter Boyle (II)
fotografia:
Benoît Delhomme
musiche:
Gabriel Yared
scenografia:
Andrew Laws
anno:
2007
produzione:
Usa
voto:
01/12/2007 - Film in sala
1408
Da un racconto di Stephen King, il film attraverso il paranormale mostra come l'inconscio sia il peggior nemico dell'uomo moderno...
Tratto da un lavoro di Stephen King, il film narra la storia di Mike Enslin, uno scrittore autore di due best seller dedicati al mondo del fenomeni paranormali e dell?occulto. A causa di alcune critiche ricevute, Enslin decide di trascorrere la notte nella stanza numero 1408 di un hotel di New York: la stanza è infatti circondata da voci assai sinistre e si ritiene essere infestata da entità sovrannaturali.
Piove a dirotto nella prima scena di 1408. Mike Enslin entra in un motel di quelli che un po’ ricordano Psycho: isolato e poco frequentato. Prende una camera ma non sta fuggendo da nessuno, fatta eccezione per il proprio passato. Fa lo scrittore scettico e un po’ secentista: passa notti intere all'interno di stanze d'albergo o pensioncine a gestione familiare per scoprire se siano popolate da fantasmi o spiriti d'altro genere, assegnando dopo ogni visita un voto di “spaventosità”. In questo contesto la stanza 1408 sembra solo un altro luogo in cui trascorrere una notte. Siamo a New York, e la memoria cinefila incomincia a muoversi.
L' Hotel Dolphine è un palazzone che ricorda quello polanskiano della povera Rosemary, e Geral Olin, il direttore, è un astuto Caronte, che dissuade le sue prede solo per tentarle ancora di più. Insomma i primi venti minuti scorrono che è un piacere. Uno strano effetto nostalgico riempie gli occhi, come guardando un opuscolo della belle epoque: è la traccia di un cinema classico davvero insuperabile. Senza fronzoli, diretto, che permetteva di entrare in quegli spiragli ambigui e sinistri della mente umana senza dover ricorrere a strepitosi effetti speciali. Il viaggio lungo il centro della notte incomincia. Le case, si sa, hanno una speciale funzione: trattengono ciò che è avvenuto nel passato, registrano quasi, per far sopravvivere quello che non c’è più. Allo stesso modo il registratore è per Enslin la bussola da consultare per cercare di ritrovare la rotta perduta. Raccontar(si)e per sopravvivere. Ma se quello che si ascolta è ancora la propria voce c'è ben poco da sperare.
Così si guarda fuori; la metropoli pulsante però sembra infischiarsene delle paure dello sperduto scrittore e se si guarda davanti, verso un altro palazzo e un’altra stanza, ancora in cerca d’aiuto, ciò che si trova, come in uno specchio, è la propria immagine, insensata e inaffidabile. Si cerca di uscire, ma non si può: la vera paura dell'uomo moderno è il proprio inconscio. La memoria, le pulsioni sopite, i conflitti paterni, continuano a vivere segregandoci in un angolo, da soli, dove nessuno può intervenire (si veda a riguardo anche il microcosmo in cui si nasconde il traumatizzato Giamatti di Lady in the water). Ma quando le pareti incominciano a scricchiolare e ad aprire voragini, altrettanto fa il film che bulimicamente si ripete. Un doppio finale che ripropone le stesse variazioni e conclusioni, sgretola quel sapore percepito all'inizio, per riportarci a tanto cinema degli ultimi anni che tergiversa e cerca sostanza attraverso colpi di scena e subdoli effetti visivi. Rimane un ultima scena, un registratore che mette in crisi tutte le certezze, cosi come faceva la foto di Shining (ancora King). Lì era l'immagine fotografica, reperto inconfutabile e veritiero, ad essere messa in discussione, qui la voce su una traccia magnetica. Siete ancora disposti a fidarvi dei vostri sensi e della tecnologia che li supporta? Esiste davvero un confine tra reale ed immaginario?
Marco Deridda