02/04/2012 - Outside

touch

In onda anche in Italia con successo "Touch", ultimo grido in fatto di serialità americana. Con Kiefer Sutherland reduce dai trionfi di "24"...

 L'autismo è un argomento delicato su cui si è discusso molto e si continua a farlo nella realtà, nella scienza; nell'arte si trovano esempi letterari (Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon) come cinematografici (Rain Man – L'uomo della pioggia, Codice Mercury) - solo per citare titoli conosciuti – fino a toccare i confini del piccolo schermo. Touch è una serie televisiva che vede protagonisti Martin, addetto al trasporto bagagli all'aeroporto, e il figlio Jake, autistico e muto, affidato al padre dopo la morte della madre durante il crollo delle Twin Towers. Il postulato alla base della vicenda si ritrova in un'antica leggenda orientale, secondo cui gli individui destinati ad incontrarsi nella vita sono legati da un filo rosso che, per quanto aggrovigliato, non potrà mai spezzarsi: questa loro interconnessione è percepita da Jake grazie alla sua capacità di interpretare i numeri e i loro schemi logici alla base di qualunque azione o evento presente, passato, futuro. Talmente profonda è la sua conoscenza dell'universo che lo circonda da farlo disinteressare totalmente alla normale comunicazione: compito del padre è interpretare i suoi segnali e diventare il “cavaliere Invisibile” che fa avverare il destino e previene il dolore che ne conseguirebbe.

Dieci anni dopo la prima serie di 24, la FOX ritrova un Kiefer Sutherland con personalità e capacità interpretative intatte, di nuovo in veste di padre e eroe controcorrente. Prima di ogni altra cosa qui in pericolo c'è il suo rapporto con il figlio, la paura di vederselo sottrarre, la frustrazione per non saperlo aiutare fino al sollievo nel trovare uno spiraglio e immettersi nelle sue frequenze. Ancora una volta in corsa contro il tempo tiranno ma orfano di nazioni da salvare o virus letali, Sutherland corre e agisce in funzione delle persone, guadagnandosi un posto tra le fila degli heroes ideati proprio da Tim Kring, anche qui nel ruolo di creatore.

Al percorso orizzontale della famiglia si intrecciano singoli casi di puntata, storie di persone dislocate nel mondo che si toccano grazie al tempestivo intervento di Martin. Come per magia ecco materializzarsi il difetto: le vicende di supporto sono alquanto scontate per lo spettatore che, dopo il primo esaltante episodio, capisce lo schema e si aspetta il giusto collocamento di ogni tessera. Probabilmente a causa del poco tempo di sviluppo per tutte loro si opta per soluzioni rapide e indolori: vista la difficoltà che caratterizza il rapporto padre-figlio, allentare per un secondo la tensione drammatica di fondo non può far male, magari cercando di evitare la caduta libera verso il banale. Dopo un secondo episodio da cestinare senza esitazione, il terzo ritrova ritmo e originalità, aggiungendo un tocco di mistero e rispolverando le sorti del cellulare vagabondo. Parallelo a quello dei protagonisti viene proposto anche il suo percorso irrazionale di mano in mano, guadagnando ad ogni tappa una notizia da portare con sé e trasmettere al prossimo casuale possessore. Se nel film Babel è un fucile a connettere i personaggi rappresentando la brutalità della vita in ogni senso, il telefono diventa qui simbolo di modernità, di globalizzazione, facendo confluire nella sua memoria le esperienze del mondo al di là di qualsiasi barriera sociale, culturale, religiosa, politica. Il messaggio è coraggioso, soprattutto perchè lanciato da un paese e in un periodo fatti di silenzi e distanze fisiche che sembrano insormontabili. La sensazione finale è quella di avere tra le mani un prodotto con tante cose da dire ma con un'unica parola d'ordine che fa da fil rouge al tutto: essere positivi. La speranza sta nell'affidarsi a mani abili che sappiano trarre il meglio da un'idea nuova, da trattare con compassione, eroismo e amore per darle forza in maniera intelligente, soprattutto senza sciuparla.


Margherita Merlo
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