04/08/2010 - Saggi

ANGELI E DEMONI

In occasione dell'uscita in dvd di Legion, facciamo il punto della situazione sulla figura del'angelo nel cinema che piace a noi...

Nella Vita di Adamo ed Eva, un apocrifo dell’Antico Testamento, i progenitori dell’umanità domandano al Diavolo per quale ragione ce l’abbia con loro e li perseguiti anche dopo la cacciata dal Paradiso terrestre. L’Avversario risponde: «Quando tu sei stato plasmato, Adamo, io sono stato allontanato dal cospetto di Dio, scacciato dal consesso degli angeli. Dio infuse in te il soffio vitale, Michele ti portò tra noi e ti fece adorare al cospetto di Dio». Michele è l’arcangelo Michele, che chiama a raccolta tutti gli angeli e li esorta ad adorare Adamo, in quanto immagine di Dio. Il Diavolo - che prima di diventare il Diavolo era un angelo - a quel punto non ci sta: «Io non adorerò uno che è inferiore a me, che è stato creato dopo di me. Io vengo prima di lui, è lui che mi deve adorare!». Michele lo avverte che se non si prostrae dinnanzi all’immagine di Dio, il Signore si adirerà. «Se si adirerà, io porrò il mio seggio sopra le stelle del cielo e sarò simile a Lui, all’Altissimo». Invidia e orgoglio. Segue la promessa ira divina: l’angelo ribelle e i suoi sottoposti sono esautorati della loro pristina gloria, espulsi dalle case celesti, precipitati di sotto: «Proiecti sumus in terram».

 

Questa narrazione quando si parla di angeli al cinema (bis: qui è escluso tutto quello che sta tra Frank Capra, Warren Beatty e Wim Wenders) torna sempre fuori. C’è l’Uomo, c’è Satana, c’è Michele, l’arcangelo loricato e combattente deputato a sconfiggere l’Antica Serpe, e c’è Dio. Mutato l’ordine o anche la qualità degli addendi, il risultato non cambia. Si prenda un ciclo come quello dei Prophecy: cinque film in dieci anni, ma solo i primi tre degni di nota e che vi si spenda sopra tempo. Qui, per come concepisce le cose Gregory Widen, l’ideatore del franchising, Satana viene messo solo di sfondo e Dio sta anche lui lontano, negli intermundia, come i numi lucreziani. Il primattore è Gabriel, ossia l’arcangelo Gabriele, che ce l’ha con gli esseri umani - “scimmie parlanti” - perché li sente preferiti a sé nell’amore divino. Christopher Walken offre una iridescente interpretazione di questa specie di succedaneo di Lucifero, armato della trombetta apocalittica tradizionale, il quale al principio del secondo film striscia fuori dall’Inferno perché il Diavolo gli dice che lì non c’è posto per entrambi. Il cosmo di Widen è antropocentrico: angeli, diavoli, mistiche tenzoni, d’accordo, ma l’uomo è la misura di tutte le cose. Gabriel viene nel regno della caducità, lui, angelo antico quanto le stelle, come se stesse camminando nello sterco - è disceso solo perché c’è di mezzo la disputa dell’anima di un uomo malvagissimo, uno che taglia le facce, che può decidere l’esito di una guerra celeste - ma nel giro di poco si insedia ottimamente in un destino umano che lo conquista e in cui sta comodo e caldo come il pappice nella noce: nel terzo Prophecy (il migliore) Gabriel ritorna buono e racconta all’inferocito “collega” Zophael che non esiste vertigine cosmogonica equiparabile al sesso con una donna. Hai capito? direbbe Padre Livio Fanzaga…

 

Gabriele e Michele sono i due arcangeli più noti – qualcuno arriva a conoscere Raffaele, ma Uriele nessuno l’ha mai sentito nominare. L’uno, Michele, è stato adombrato dal cinema in personaggi misteriosi, sibillini, la cui inflessibilità li pone in un chiaroscuro etico: Jurgen Prochnow nella Settima profezia incarna chiaramente le virtù micheliane. Tilda Swinton è invece l’arcangelo Gabriele più bello che mai si sia visto sullo schermo, ma in Constatine è per tramite suo che il figlio del Diavolo si appresta a passare nel nostro mondo. Di solito, comunque, vengono assunti insieme e come entità polari, contrapposte, Male e Bene - senza il minimo addentellato teologico. Se nella teodicea dei Prophecy Gabriele è il ribelle e Michele - che si vede poco e solo nel secondo film (lo interpreta Eric Roberts) guardiano di ciò che era una volta l’Eden e ora è una fabbrica abbandonata - il campione del Signore, nel torvo Gabriel La furia degli angeli succede l’inverso: l’arcangelo il cui nome suona come “La forza di Dio” qui è l’eroe guerriero spedito a combattere (a colpi di pistola e fucile) contro dei rinnegati a capo dei quali un fulmine in coda ci svela che c’è Michele, angelo-demone triste e meditativo che pronuncia gli stessi discorsi che faceva Walken: «Che ce ne facciamo di Dio? Dio ci ha dimenticati, ci ha posposti all’uomo…». L’immaginario dell’angeologia cinematografica paga gran pegno anche alla leggenda degli Angeli Vigilanti (dall’apocrifo Libro di Enoch), che scesero (o furono scacciati da Dio) sulla Terra e si unirono alle femmine umane, generando i reietti Nephilim. Gli angeli si accoppiano, si è ormai assodato: con le donne nei Prophecy (nonostante la loro natura di ermafroditi). Mentre Gabriel, nel film australiano, fa l’amore con una della sua stessa schiatta, il cui nome celeste era Amitiel e ora, decaduta e ridotta a prostituta, si chiama Jade.

 

Gli gnostici si scannavano sul problema del sesso degli angeli. I cinematografari l’hanno risolto nel modo più semplice. Legion segna in un certo senso il ritorno all’ortodossia, quantomeno in materia di specificità e pertinenze angeliche. Michele si riappropria della sua natura pugnace, di combattente intemerato, da quell’arcangelo belligerante che è, che a un vescovo che faceva orecchie dure alle sue richieste di edificargli un santuario, trapassò il cranio con un dito di fuoco. Certo, le premesse del film di Scott Charles Stewart per il resto non è che siano proprio così aderenti al catechismo della chiesa cattolica. Dio ne ha piene, per non dire altro, le tasche del genere umano e ormai disperando circa la possibilità di una nostra redenzione, decide di far calare il fatidico coperchio. Da Oriente cominciano ad addensarsi nubi: i nembi all’orizzonte sono le legioni degli angeli che sciamano in assetto di guerra per fare tabula rasa dell’umanità. Tutti tranne uno, Michele, che ha scelto di stare dalla parte degli uomini. Pura filantropia? No, perché da qualche parte nel deserto del Mojave, in una sperduta tavola calda che si chiama Paradise Falls, c’è una ragazza che porta nel grembo un nuovo Messia e Michele vuole a tutti i costi garantirne la nascita.

 

Allo stesso tempo altamente ricercato nei dettagli (le lettere dell’alfabeto angelico di John Dee tatuano il corpo di Michele che è quello dell’atletico Paul Bettany) e spartanamente asciutto nella forma, Legion si sviluppa come una versione mistica di La notte dei morti viventi: non solo perché è un film d’assedio, ma anche perché tra le forze che premono fuori dal dinner (guidate dall’arcangelo Gabriele, in grande assetto di guerra) non mancano, insieme agli alati in grado di mutare se stessi in mostri tremendi, uomini, donne e bambini in trance, che obbediscono perinde ac cadaveres - e Bettany ha dichiarato di avere accettato il ruolo perché si trattava di un film di zombi. Michele, quando arriva sulla Terra, sceglie di tagliarsi le ali con un pugnale: è la scena più bella del film, fa venire in mente sia Terminator sia quel povero angelo “monco” che si teneva in casa Udo Kier, come collectible vivente della Fin absolue du monde


Davide Pulici
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