17/07/2012 - Cinecomix

BATMAN SI O NO

Alberto Pezzotta e Giona A Nazzaro si sfidano a singolar tenzone sul tema del cinema di Christopher Nolan...

 

NOLAN PRO
Perché esistono almeno dodici monografie su Abel Ferrara, tre su Park Chan-wook due su Todd Solondz e solo una su Christopher Nolan? Ormai mi mettono simpatia gli autori che non istigano una produzione critica esorbitante. Gli altri non hanno colpe, ma almeno in parte il loro cinema si presta, essendo costruito con consapevoli ricorrenze tematiche e formali, essendo il marchio dell’autorialità impresso in ogni immagine, come il bollino con la e in Epidemic di Lars Von Trier. Trent’anni fa Serge Daney diceva che gli autori non sono più quelli di una volta, che l’“effetto firma” è una variabile del marketing, ma la critica ha fatto finta di niente, ha continuato a credere negli Autori. Ed è anche per questo che credo debba essere simpatico Christoper Nolan. Perché è un regista che sembra film per film, senza cercare un effetto d’insieme, un fantomatico disegno coerente o ripetizione dell’identico. Che c’entra Memento con Inception? Sono tutt’e due ben complicati, d’accordo. E anche Prestige è piuttosto complesso da raccontare. Anche se, come i film appena citati, è tutto sommato più facile da vedere che da ricostruire a parole. Se vogliamo trovare una cosa che unisce i film di Nolan, e che crea aspettative ogni volta, è il primato del racconto, fin dal bianco e nero a basso costo di Following, 1998, che non a caso metteva in scena, postmodernamente, uno scrittore in crisi che si faceva ladro di case e di vite.
Per alcuni, manco fossimo giovani turchi dei Cahiers, la sceneggiatura è ancora la bestia nera, il demone da esorcizzare, quello che un bravo regista trascende (con che cosa? con quel quid mistico e indefinibile che è la regia. Quando al massimo esiste lo stile, che si può replicare, e il mestiere, senza il quale non si va molto lontano). Tanti Autori in questi ultimi vent’anni hanno detto che raccontare storie non è importante, da Greenaway a Carlos Reygadas. Bene. Il cinema per cui sono disposto ancora ad andare in sala racconta qualcosa. E Nolan racconta storie abbastanza insolite. Le racconta meno originalmente di Michael Mann, poniamo, ma di solito sono soggetti più interessanti. (Che importa a Mann dei due sbirri di Miami Vice? Quasi niente, ammettiamolo. Mentre a Nolan il Joker interessa molto, e pure Batman: ci crede.) Anche quando è all’interno di un genere abbastanza detestabile, il noir manierista degli anni Novanta, Nolan lo rende entusiasmante. Perché la storia di Memento è raccontata in modo spiazzante (dalla fine all’inizio, dalle conseguenze alle cause), e soprattutto perché dietro questa storia ne viene fuori un’altra, ancora più sorprendente: la storia di un inganno, di un errore, di un tragico equivoco. Anche Inception è un po’ così. Appartiene a un altro genere abbastanza tedioso, il film-con-effetti-speciali-digitali degli anni 2000. Ma quando si arriva alla rivelazione, si scopre che dietro la storia di superficie (una squadra entra nel sonno di un’altra persona per cambiare la memoria) ce n’era un’altra più struggente, un mélo d’amore e di perdita. Per non dire di Prestige, dove i concetti di suicidio e omicidio vengono sottoposti a una rilettura che apre vertigini e voragini. Poi ci sono i Batman, che appartengono al genere che trovo più tedioso degli ultimi dieci anni, quello dei supereroi: ma soprattutto Il cavaliere oscuro, per quanto non abbia sottostorie così eclatanti, crea mondi, senza la presupponenza, poniamo, dei fratelli Wachowski, autori di alcuni dei film a deperimento più rapido della storia del cinema.Volevo dimostrare che Nolan è un grande autore? No, solo che ha fatto film che si possono vedere e rivedere con stupore inesausto, e che se anche d’ora in poi farà solo schifezze, nulla toglie a quanto ha già fatto. (Alberto Pezzotta)
 
NOLAN CONTRO
A ben vedere hanno ragione i fan di Christopher Nolan: il regista di Inception è l’autore più rappresentativo del cinema praticato in questi ultimi anni. Rappresenta, infatti, un’idea di cinema meramente simulacrale che, per dirla con Olivier Assayas, dialoga con il dizionario piuttosto che con la storia. La rigidità strutturale del cinema di Nolan, cosa che, per esempio, il cinema del universalmente detestato Michael Bay non conosce, è dovuta da un lato a un rapporto totalmente feticistico nei confronti della tecnologia, un ossequio che non si riscatta mai in invenzione, e dall’altro a una fiducia nei confronti del testo, inteso come struttura della sceneggiatura, e dei suoi device, dei suoi trucchi potenziali. Anticipando una conclusione: la sceneggiatura è il prestige del cinema nolaniano. In entrambi i casi Nolan adora il carattere coercitivo della struttura: l’immagine è tritata sia dal(la) macchina(rio del) cinema, mai esibita/o nella sua pura e libidica libertà macchinica (ancora Bay) e dall’altra è sottoposta all’autorità della parola su carta. Dietro quest’ossequio autoritario del puro meccanismo si cela chiaramente un’ossessione feticistica nei confronti del cinema di Stanley Kubrick (clamorosamente frainteso) che unito all’altra grande ossessione di Nolan, il tocco scenografico à la Ridley Scott, produce una spinta inerziale inevitabilmente antifilmica. Il cinema secondo Nolan, progettato come puro meccanismo dell’immaginario, si rivela così tristemente una mera coazione a ripetere. Esemplare il caso Inception o, meglio ancora, Memento dove si tenta di ricordare disperatamente cosa è accaduto, scrivendosi addosso pezzi di passato e non riuscendo a fare altro che ripetere il passato stesso come schema ritornante immobile che priva colui che tenta di vivere di qualsiasi libertà di giocare al di fuori degli schemi già dati. In questo senso, sì: Nolan è il cinema perfetto del nostro tempo. Un tempo che ha rinunciato a qualsiasi dialogo con la storia delle immagini riducendola a mere immagini della storia del cinema. Laddove geniali manieristi come Leone o Woo dialogavano con le strutture del cinema, animati da una follia che permetteva loro di credere ancora al potere di condivisione di quelle strutture, Nolan, accecato dal “Prestige” del cinema, si limita a praticare il cinema come esibizione di strutture tese a strappare l’ammirazione (immobile) del pubblico adorante. Nolan è il punto terminale di una curva che il cinema ha percorso a partire dagli anni Novanta: la restaurazione spettacolare della macchina priva però delle spinte libertarie che la macchina cinema ha sempre posseduto (basti pensare a Spielberg, a Lucas e oggi a Cameron o a Bay). Questa venerazione della macchina (del) cinema riduce il cinema stesso a un insieme di nozioni tecniche che provocano un equivoco pernicioso: ossia “la grande illusione” che basta dominare quelle essenziali nozioni tecniche (l’ideologia “fascista” del film ben fatto) per fare del “grande cinema” (l’altra formula letale e propagandistica di questi ultimi anni). L’autore, e in questo caso addirittura “maestro” stando ad alcuni critici crossmediali, è il padrone delle strutture della tecnica, colui che afferma la macchina in quanto tale (laddove Bay gioca sempre con la macchina in quanto hybris e desiderio…). Nolan o del cinema (dell’)esistente. Nessun oltre, nessun altro. Inevitabilmente, per scongiurare la presenza di un eccesso di zavorra, si ricorre ai trucchetti di sceneggiatura, di cui abbondano i film del nostro, che devono insinuare nello spettatore l’illusione ottica di una mercuriale leggerezza ma che in definitiva non fanno altro che riaffermarne l’immobilità di un’idea di cinema autoreferenziale. Queste due tensioni, discusse sommariamente, fanno del cinema di Nolan uno dei maggiori luoghi d’illibertà del cinema contemporaneo. Luogo dove conta solo il dominio di chi gestisce i segreti della macchina. E anche questo è un tratto caratteristico del nostro tempo. (Giona A. Nazzaro)
 

 


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