16/11/2011 - Cinema Bis

L'ultimo uomo di Sara

Film del 1972 in cui si ritrovano già le tracce del celebre "Cannibal Holocaust" tramite l'artistica messa in scena della morte in diretta.

Se è vero – ed è vero – che il brutto degli anni ‘70 italiani e più bello di qualunque cosa bella di altre epoche, figurarsi che potenza ha, non diciamo il bello ma anche solo il mediocre discreto di quell’aurea aetas. L’ultimo uomo di Sara, di Maria Virginia Onorato, non è da ritrovare, nella misura in cui non lo si è mai nemmeno trovato, nemmeno visto, nemmeno niente. Chi scrive se lo ricordava solo di sfuggita passato su Odeon tv, poi lo ha depositato in copia dvd a prendere polvere per anni. Fino a ieri. Un film politico travestito da giallo o un giallo travestito da film politico, molto segno dei tempi, pregno di umori e colori di un passato che nessun futuro riuscirà mai a lavare via. Il suicidio di una donna (Verena Volonté, moglie di Claudio Camaso, il fratello di Gian Maria Volonté) una filmaker milanese col vizio di riprendere tutto con la sua piccola cinepresa, muove un’indagine condotta dal suo ex marito (Oddo Bracci), che alla moviola della scomparsa rimette insieme, un pezzo di pellicola dopo l’altro, cosa sia successo. La traccia thriller, che fino a un certo punto è un ghirigoro evanescente, quando si installa con decisione va fino in fondo come una fucilata, dimostrando che il concetto-guida di Cannibal Holocaust – guardate in che contorsioni mi lancio – era stato già messo in pratica in questo film del 1972, che a chi è addentro a questo genere di cose farà venire anche in mente la scena finale del perduto Maldoror di Cavallone, con il regista che filma la propria morte in diretta, come acme dell’arte. Maria Virginia Onorato, sorella del compianto Glauco che ha il ruolo di un commissario che non bisogna essere delle cime per capire che adombra Calabresi, segue la massima di Vegezio che vivere (cioè far cinema) è militare: quindi ostenta nella forma del manifesto le manganellate dei celerini sugli studenti inermi e le bombe fasciste che trasformano le vie di Milano in mattatoi - la chiave, poi, finale, del film. Il privato è pubblico ma poi il pubblico, cioè la politica, riconverge sul privato, nella dimensione della vita di Sara esposta come un reality, e in quella dell’ex marito, un pittore, un intellettuale di sinistra raffigurato in preda a costante stupore, che conduce la sua ricerca insieme a Rosemarie Dexter, un’amica della scomparsa parataglisi di fronte al cimitero, al momento della tumulazione (attenzione…!). La Dexter dai capezzoli antigravitazionali, che avrà poi una spinta scena di sesso con Bracci, uno di quegli agguati magnifici che il cinema settantesco ti tende, impensabili oggi se mai qualcuno pensasse di girare una storia del genere e ci mettesse dentro una Dexter odierna, tipo Giovanna Mezzogiorno che le somiglia pure. Montato da Silvano Agosti, scordatevi di poterlo mai vedere un giorno in dvd.

 


Davide Pulici
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