03/05/2012

La casa nel vento dei morti (2)

Parla l'attore ideatore di La casa nel vento dei morti: la fatica non è stato girarlo ma seguirne l'iter post-produttivo, alla ricerca di una distribuzione

Francesco Campanini mi diceva che la concezione del film va ripartita 50 e 50 tra te e lui, tu hai scritto la sceneggiatura e lui ha dato dei suggerimenti… com’è nato il tutto?
Noi avevamo fatto un altro film, Il solitario, che al cinema non ha visto praticamente nessuno però poi in DVD  e in televisione è andato abbastanza bene. In molti, quindi, ci hanno spinto a farne un altro che avesse un po’ più di appeal commerciale e allora ci siamo detti “facciamo un horror!”. Francesco aveva scritto una storia che non c’entra niente con questa, un horror a basso costo, poi, rivedendola assieme, abbiamo preferito trovare un’altra situazione tenendo come idea di base qualche personaggio dentro un discorso naturalistico. Allora io ho scritto il vero soggetto del film, e poi assieme a Chiara Agostini la sceneggiatura.

 

Al di là dell’inizio noir e della fase horror in cui poi il film sfocia, una cosa che colpisce è la parte centrale, ovvero il rapporto dei protagonisti con la natura. Tutto questo è interessante e stimolante, giusto?
Quello che mi fa incazzare un po’ è che nei blog si continua a dire “Sono pazzi, non è un film dell’orrore!”. Il discorso è che io quando ho scritto la sceneggiatura volevo raccontare qualcosa di diverso. Perché se tu guardi tutti questi horror prodotti adesso, ma anche quelli del passato, sono tutte storie abbastanza simili: un gruppo di teenagers che finisce in un bosco, che becca lo psicopatico di turno o risveglia la bestia malefica e poi muiono tutti… allora mi son detto: proviamo a fare un film che sia metà una cosa e metà un’altra, quindi mi sono inventato il discorso degli anni ’40, della rapina, della fuga. Ho preso spunto dai film di Luigi Comencini di cui sono un grande fan, per cui abbiamo cercato di metterci dentro quell’elemento un po’ disperato, di questi che scappano per l’Italia come nei suoi film che son sempre ambientati durante la guerra o subito dopo la guerra. Ho cercato di inserirci anche questo contesto per renderlo più originale. Certo non tutti lo apprezzano, ho letto delle cose allucinanti, di spettatori paganti usciti a metà film perché si aspettavano di vedere un horror in piena regola, altri invece apprezzano, ho letto due, tre recensioni che dicevano che è una cosa molto originale… magari piace di più ad un palato fine.

 

Com’è stata la lavorazione

La lavorazione è stata molto semplice, molto veloce. Avevamo a disposizione solo due settimane e mezzo che poi son diventate tre... però, insomma, pochissimo tempo, ma non è stato così difficile dal momento che ormai ne ho già fatti diversi di film come attore. Il vero problema è stato stare dietro questo film, dargli poi una vita, piazzarlo nelle sale, andare alle anteprime, queste son state le vere difficoltà.

 

Ma perché quest’ambientazione post-bellica, cos’è che ti colpiva?

Perché era un periodo durissimo, il periodo più duro per il nostro Paese e poi per una situazione di povertà generale. Quando esci da una guerra, che è stata anche una guerra civile, si sentono delle storie agghiaccianti nel Veneto, qui in Emilia… per cui, perché non ambientare in un contesto così un horror? La cosa che ho voluto fare è stata anche rendere i tre personaggi diversi, spero che il pubblico l’abbia capito, perché uno è un pazzo, l’altro apparteneva alla buona società e aveva lavorato nel cinema del regime... Ho cercato quindi di caratterizzare queste cose.

 

Questa differenziazione dei ruoli è ben visibile: trovo molto interessante lo scontro che si crea tra te e Francesco Barilli, che interpreta un mezzo psicopatico…

Lui non ha dovuto neanche tanto recitare! Noi siamo amici di famiglia, lo volevo per questo film e alla fine ha accettato. Ed è stato eccezionale, perché non è che ha fatto solo l’attore, ha dato una mano a me a risolvere tanti problemi, ha aiutato Francesco Campanini in alcune scelte, ha anche diretto una scena del film, la scena del film anni ‘40, e gli abbiamo dato il credit come special director. Quindi è stato importante non soltanto come attore ma anche molto carino e disponibile perché ci ha aiutato, un aiuto pure psicologico.

 

E invece della parte finale, quella più propriamente horror, gotica e truculenta, cosa mi dici?

Ho visto che tutti hanno scritto nelle recensioni che l’ispirazione è da Pupi Avati, da La casa dalle finestre che ridono, ma non è così. Mi sono sempre interessati quegli horror, forse più a me che a Campanini, con un contesto familiare, come La casa del diavolo piuttosto che Non aprite quella porta che è comunque lo stesso film, cioè la presenza di un male diffuso che contagia queste famiglie e le porta ad uccidere chiunque capiti loro a tiro. Però con le donne non so se sono stati mai fatti dei film, e allora mi son detto: "Facciamolo con delle donne orco, anziché con il solito bestione!". E questa soluzione mi è sembrata semplice ed innovativa.


Davide Pulici
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