04/10/2011 - Cinema Bis

Scream Queen - Parte seconda

Barbara Steele, regina di tutte le nostre signore degli orrori, ci introduce alla seconda parte del dossier sulle protagoniste italiane del cinema degli urli e del sangue.

 

Essere considerata una “Scream Queen” per me è assolutamente surreale. È come se parlassero di qualcun altro. La persona che ha interpretato quei film a 24 anni non è la stessa persona che sono io adesso. Guardando indietro non so proprio dire che tipo di persona fosse! Lo sanno i miei fan meglio di me, ma devo dire che mi sono sempre sentita a disagio con la definizione “Scream Queen”. Non è per niente la giusta proiezione di me stessa, che sono una persona molto riservata e introspettiva. È stato un trauma per me, che ho sempre vissuto di passione, amore e dramma, essere vista come una donna capace di uccidere qualcuno. Non ho mai voluto essere una Scream Queen, che per me è un po’ come essere una star del soft-porno. Avrei preferito essere una pescatrice. Il problema è che all’epoca ero così infatuata di Roma che avrei fatto qualsiasi cosa per restarci. Mi sentivo nel centro del mondo: ero perdutamente innamorata di qualsiasi aspetto del viverci, a cominciare dall’erba che cresce attraverso le pietre per finire con gli amanti favolosi che ho incontrato. Non pensavo molto al futuro e ai film che mi venivano offerti. Ho fatto una decina di horror e altrettanti film che non erano horror, ma questi non li hai visti nessuno. Avrei voluto essere un’attrice comica o interpretare Medea. Medea è un personaggio che ha molte affinità con la mia personalità e a cui avrei dato volentieri la mia energia giovanile. Ero innamorata dell’Italia perché arrivavo da un background culturale inglese che era molto triste, dove nessuno diceva mai quello che pensava e ovunque si respirava un’aria negativa. Così quando sono arrivata a Roma ho scoperto l’incredibile generosità dello spirito selvaggio italiano. Non sono mai più riuscita a togliermelo di dosso… Così accettavo i film horror, senza neanche pensare cosa fossero, ma solo perché dovevo pagare le bollette per continuare a stare in Italia. E ho conosciuto tante persone meravigliose, non solo i registi di film dell’orrore, ma anche uomini incredibili come Federico Fellini. Ho incontrato Fellini molto presto, grazie a un mio amante che era cento anni più vecchio di me, ma del quale ero disperatamente innamorata: Anthony Quinn. Anthony Quinn stava girando La strada con Fellini e dal primo momento che me l’ha presentato ho sentito nel profondo del mio animo che avrei lavorato con lui. Quando lo dicevo in giro, tutti mi guardavano come fossi pazza, ma nel suo ufficio passava tutta Roma, dall’uomo dei gelati, al barbiere, all’ultima delle puttane, tutta l’umanità, l’intera storia dell’umanità, e io volevo essere parte di quelle persone. Così ho fatto il provino per lui e Fellini non mi ha chiesto se sapevo recitare o della mia scuola di dizione, ma di come avevo dormito la notte, se ero sola nel letto e altre cose molto personali. Il tutto con quell’incredibile vocina dolce che usciva dal suo corpo imponente e faceva sembrare il nostro discorso una specie di cospirazione. Così ho ottenuto la parte per 8 ½ ma, per il fatto di essere una “Scream Queen”, il mio ruolo è stato drasticamente ridotto perché in quel periodo ero sotto contratto con un film di Riccardo Freda. Per di più hanno tagliato una sequenza per me molto importante in cui abbracciavo un cagnolino che si chiamava Michelangelo e gli dicevo: «Michelangelo, muoviti un po’, sei troppo lento!». Penso fosse un riferimento a Michelangelo Antonioni perché c’era una sorta di guerra segreta tra lui e Fellini. Ma non fu la sola occasione persa con Federico, che anni dopo mi scelse per il ruolo femminile principale nel Casanova. Sarebbe stata la parte della mia vita, così sexy e potente, ma per sfortuna non l’ho mai potuta interpretare. Nel frattempo continuavo a fare i film dell’orrore. Il primo fu La maschera del demonio di Mario Bava. All’epoca non mi sarei mai aspettata il successo del film, perché, non vedendo i giornalieri, non sapevo assolutamente cosa ne sarebbe uscito. L’ho capito anni dopo, che Mario Bava aveva una capacità di creare immagini meravigliose. La maschera del demonio è un capolavoro visuale. È come un film muto, dovrebbe essere proiettato senza sonoro, perché renderebbe ancora più potenti quelle immagini che ne fanno uno spettacolo intimo, privato e angosciante come un incubo. E pensare che non sono stata pagata per quel film… Ma ho avuto l’onore di lavorare con un maestro del subconscio come Mario Bava, che nella vita privata era un uomo discreto, riservato, non sembrava neanche italiano, un po’ come Roger Corman. Tutt’altra cosa rispetto a Riccardo Freda che era pazzo. Adoro i pazzi, adoro la loro energia e Riccardo era scatenato, non si fermava mai, non so quante ore al giorno lavoravamo. Mi ricordo che urlava sempre: «Avanti! Avanti!». Era pazzesco e divertente allo stesso tempo, abbiamo litigato tantissimo ma senza mai sentimenti negativi. È stato un periodo incredibile, indimenticabile e poi ho fatto il più grande errore della mia vita: ho lasciato l’Italia. Un grande rammarico che mi porto dentro insieme a quello di non aver mai interpretando un personaggio nel quale posso dire di aver espresso me stessa.                      
 
Barbara STEELE Los Angeles 2011

 


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