18/06/2012 - Film in sala
C'era una volta in Anatolia
Un'indagine poeticamente concentrata a sviscerare l'anima della legge e della medicina mentre ritrae tre eroi che percorrono un sentiero in salita verso la verità in ogni senso...
C'erano una volta un poliziotto con una famiglia molto presente, un procuratore con troppi rimorsi e qualche problema alla prostata, un medico solo e malinconico. Ad accomunarli la condivisione di una caccia al corpo tra le colline dell'Anatolia, il suo successivo ritrovamento e la conclusione del caso, mentre rimane ancora aperto il personale dibattito esistenziale dei tre uomini, persi nell'indagare la loro anima
I classici indizi di partenza sono un morto e un assassino, un'inchiesta da portare avanti e dei poliziotti che se ne occupano, ma solo teoricamente il thriller poliziesco di Nuri Bilge Ceylan si colloca nel genere di riferimento. L'attenzione dello spettatore è fin da subito distolta dal risolvere il caso d'omicidio, mentre la ricerca del corpo è infinitamente protratta oltre il limite del sopportabile tra colline che, identiche, si susseguono a perdifiato, un labirinto in cui è d'obbligo perdere le coordinate. Insieme al luogo, anche il tempo è sospeso, la notte scorre senza tempo, le ore sembrano macigni impossibili da scansare, la luce del giorno che stona rispetto al buio in cui ancora brancolano i personaggi. La vera favola decantata dal titolo è un'indagine ripiegata su se stessa, poeticamente concentrata a sviscerare l'anima della legge e della medicina mentre ritrae tre eroi che percorrono un sentiero in salita verso la verità in ogni senso.
Durante questa staffetta, tre sono i protagonisti che si passano il testimone, Le tre scimmie della filastrocca, le stesse già citate dal precedente lavoro del regista, ognuna che si rifiuta di essere completa. Ecco che il poliziotto non vuol sentire la muta confessione del reo confesso, il medico non vuol vedere la brutalità della realtà, il procuratore che nasconde la sua vita dietro una storia, tacendo l'evidente bisogno di confessare la propria frustrazione. É un lavoro dilatato nella durata, un ventaglio di punti di vista per una storia dalla quale ne nascono tre, tutte dipendenti dallo stesso cantastorie, il corpo esanime che implicitamente agisce da organo propulsore per guidare chi non capisce. Peter Jackson nel suo Amabili resti rende addirittura protagonista la ragazzina stuprata e poi brutalmente uccisa, perdendosi nel creare mondi impossibili e stupefacenti visioni.
Qui invece non c'è lo spazio per costruire una fasulla poesia visiva, visto che già di per sé la terra scelta sa cantare senza sforzo, una Turchia ancestrale rinchiusa in se stessa mentre abbozza un dialogo col contesto europeo e mette in scena problemi concreti legati a uomini altrettanto reali. Come momentanee presenze compaiono invece sporadiche figure di donne, da una voce al telefono senza volto, alla vedova imperturbabile di fronte al dolore, fino alla figlia del sindaco, una fata buona che spunta evanescente nella notte senza fine, i suoi occhi che incantano fino ad avvinghiare l'anima e portarla alle lacrime. Nuovamente vincitore del Gran Prix della Giuria al Festival di Cannes dopo Uzak del 2003, Ceylan si preoccupa anche del suo spettatore, offrendogli un film visivamente squisito, profondo e riflessivo, permettendogli di entrare in contatto con esistenze irrisolte ritratte nel loro corrodersi lento mentre la vita scorre e l'alba arriva prepotente.
Fattore N:
L'autopsia “uditiva” fatta al cadavere ritrovato, corredata dal suono di pelle incisa e ossa segate, organi estratti e strumenti riposti, visivamente fredda e pulita come l'attenta verbalizzazione dei meccanici gesti compiuti, lasciando che l'orecchio si faccia occhio anche e soprattutto quando l'immagine vira completamente verso il nero.
Margherita Merlo